Alex A. Davis OMNIA TEMPVS HABENT INDICE Prefazione I. Il Gran Giorno II. Il Giorno dell'Anniversario III. Il Giorno del Naben IV. Il Non Giorno V. Il Giorno Passato nel Futuro VI. Il Giorno dell'Ultimo Esperimento Glossario Nomi Questo romanzo è un'opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono immaginari o usati in chiave romanzesca e qualsiasi somiglianza a persone, fatti o luoghi realmente esistenti o esistiti è puramente casuale. Prefazione, novelle, glossario nomi e qualsiasi altra invenzione sono opera dell'autore che ne detiene qualsiasi tipo di diritto. Dedicato a Federica, Tempo del mio tempo. PREFAZIONE Il Futuro non si può prevedere. E' lo scontro di miliardi di destini mutevoli. Il Presente, anch'esso, non può essere previsto. E' la conseguenza di decisioni e volontà. Il Passato non è stato previsto. Altrimenti non sarebbero successe molte cose. Il Tempo... Siamo noi. (“Il Libro dei Nomi”, Alex Davis) Il tempo viene definito da Aristotele come “la misura del movimento secondo il prima ed il poi” e comporta sia un aspetto soggettivo, cioè un'anima che misuri, sia una realtà oggettiva, cioè un movimento reale, che viene scelto come misura e riferimento degli altri movimenti. La filosofia di S. Agostino è di interiorizzare il tempo, cioè ricondurlo interamente all'anima e identificarlo con la successione degli stati psichici. Per Kant, il tempo è una delle forme a priori dell'esperienza sensibile, cioè è la forma con la quale noi ordiniamo i dati del senso interno e indirettamente i dati fisici. Nel più recente pensiero scientifico da Einstein in poi si è affermata una concezione relativistica del tempo, inteso come quarta dimensione dello spazio (cronotopo), e si nega l'esistenza di un tempo assoluto, cioè di una misura unica del tempo che dovrebbe essere valevole per i diversi sistemi di riferimento. Nonostante uomini di grande cultura e saggezza abbiano tentato di spiegare questo fenomeno, nessuno ne è stato capace. Il tempo resta indefinito. Nessun uomo può trovare la giusta definizione e scoprire quali segreti cela. Ma può solo subirlo passivamente. “Il tempo non passa mai e contemporaneamente vola via”. E' difficile definire qualcosa che può essere interpretato in un senso e nell'opposto. Eppure in giro c'è sicuramente qualcuno che vive tranquillamente senza curarsene. “In eterno”. I. IL GRAN GIORNO - Che ore sono? - chiese Leonard, mentre ancora avvolto nelle coperte assaporava il calduccio del letto. - E' tardi! - rispose sua moglie Diana, alzando le serrande della camera da letto. - Non vorrai far tardi anche oggi? - sottolineando con tono di voce diverso la parola oggi. - Perché, che giorno è? - ribatté Leonard ancora seduto sul materasso e senza le pantofole ai piedi. - Non mi dire che ti sei dimenticato che oggi è “il Gran Giorno”... quello per cui hai tanto lavorato in questi anni.- Leonard andò in bagno, trascinandosi i piedi dietro, quasi come se non gli appartenessero. Si sciacquò il viso pensando al da farsi. Prese pennello e rasoio e si guardò allo specchio. Erano passati anni da quando aveva conosciuto Diana e già dai tempi dell'università Leonard le aveva parlato di quel giorno, il giorno in cui tutti sarebbero stati con occhi sbarrati e orecchie tese per saperne di più su di lui, sui suoi studi e sui suoi progetti. Leonard era un ragazzo talvolta geniale, che viveva però abbastanza distaccato dalla realtà quotidiana, tanto da sembrare un abitante di un altro pianeta. Si era laureato con il massimo dei voti all'Università di Baddertown, una cittadina nello stato di New York. Una delle università più ambite, ma che per i suoi difficili collegamenti non godeva di grande considerazione fino a poco tempo fa. Leonard terminati gli studi decise di continuare a frequentare l'ambiente universitario e, spinto dall'entusiasmo che l'accompagnava in ogni lavoro, riuscì a vincere una buona borsa di studio. Col passare degli anni aveva lavorato al suo progetto tra i ritagli di tempo, riuscendo a portarlo a conclusione. Nel frattempo si era sposato con Diana ed era diventato ricercatore nella stessa università. E in questo giorno particolare avrebbe dimostrato a tutti quanto valeva. Così, lasciati oltre la soglia della camera ricordi e pensieri difficili da ignorare, si infilò la vestaglia ed entrò in cucina. Passando davanti al televisore lasciò che la sua mano schiacciasse istintivamente il tasto di accensione. Nello scherno comparve lentamente il canale delle informazioni: ventiquattro ore al giorno di telegiornali, documentari e notizie varie inframmezzate da spot pubblicitari a tema. Per Leonard il primo contatto con il mondo. Ascoltò quasi immobile, con la testa ficcata nel frigorifero, il naso teso verso i buoni odori e le orecchie prese dalla voce dell'annunciatrice. - Caccia grossa a New York City. Così titolano i giornali dopo l'ultimo agghiacciante omicidio. Qualcuno, forse un uomo, ma la polizia non esclude che possa essere una donna, sicuramente squilibrato di mente e senza scrupoli, si aggira tuttora per la costa est degli Stati Uniti, tagliando la testa a persone apparentemente senza legami comuni. Il dipartimento di polizia afferma di possedere dei fondati sospetti e di tenere i possibili assassini sotto osservazione costante...-. - Allora che dice stamani di bello? - domandò Diana, splendida come sempre e pronta già ad uscire. - Mah! Le solite notizie - le rispose Leonard, e non era un modo di dire, ma ebbe proprio l'impressione di saperla già quella notizia, di averla sentita o letta da qualche altra parte almeno con un giorno di anticipo. Si sforzò di ricordare, ma non ci riuscì e preferì non pensarci affogando i biscotti nel cappuccino. Era una colazione inusuale per un americano, ma Leonard aveva origini italiane. Bevve un sorso dalla tazza prima di mangiare e restò con l'amaro in bocca nel vero senso della parola. Si alzò con rassegnazione dal tavolo e prese dalla credenza la scatola dello zucchero. Pensò alla possibilità che si stesse lentamente rimbambendo, dato che la stessa storia gli capitava da tempo, anzi era parecchio che ogni giorno ripeteva le stesse sciocchezze, sempre per pensare al suo progetto. - Che ti è successo? - chiese Diana, mentre mangiava il tramezzino stando attenta che non le toccasse il trucco intorno alla bocca. Leonard agitò una mano a bocca piena, come a voler dire nulla, le solite cose senza importanza. Diana lo salutò appoggiandogli la guancia sulla fronte per non lasciargli il segno del rossetto addosso. Leonard contraccambiò con un mugugno e un sorriso a denti stretti. Poco dopo, mentre si stava vestendo, notò nello specchio che la camicia era la solita, con la solita macchia di pomodoro fatta durante uno dei soliti pranzi fuori dell'università a base di pizza. Avrebbe voluto cambiarsela, ma non era tanto pratico di casa da conoscere l'armadio dove trovarne di pulite, così tenne quella. Accese la radio e si finì di vestire al ritmo della melodia che usciva quasi magicamente dagli altoparlanti. Eppure per lui di magico non c'era nulla, lui era uno “scienziato”, come si definiva qualche volta scherzando, ed era strettamente legato alle regole dell'uomo moderno e alla tecnologia. Con due frasi riconduceva ogni favola alla realtà, senza passare attraverso dimostrazioni semplicistiche: - Ogni fenomeno esiste se si è in grado di riprodurlo in laboratorio! - e - La fantasia dell'uomo non ha orizzonti: la scienza li sta allargando velocemente!-. Schioccò più volte le dita, seguendo il tonfo dei tamburi, poi pensò che doveva assolutamente comperare il disco con quella canzone, non c'erano dubbi che fosse il brano più gettonato del momento, la sentiva tutte le mattine ormai da mesi. Diana era uscita già da un po' con l'automobile, così non gli restò che prendere il casco e salire sul motorino. Dopo neanche mezz'ora era già sulle scale dell'università e qualche secondo dopo girava la chiave nella serratura della porta del D.I.S.T., cioè il Dipartimento di Indagini Spazio Temporali, il suo posto di lavoro. Il nome della sezione dell'università la diceva lunga sul tipo di ricerche che vi si conducevano. Era stata istituita solo qualche anno prima, quando qualcuno delle alte sfere l'aveva voluta per sopperire ad un problema relativamente grave che affliggeva la civiltà moderna: la mancanza di tempo. In pratica nei laboratori del dipartimento si studiavano quei fenomeni in grado di modificare l'andamento del tempo. Per il momento si erano elaborate delle tesi, ma nessuna aveva passato il controllo razionale del professor Monk, se non proprio quella di Leonard. Studiosi di fama internazionale avevano proposto di mutare con delle esplosioni atomiche la rotazione della terra intorno al proprio asse, altri volevano cambiare l'orbita della luna o addirittura eliminarla fisicamente. Qualcuno in America, con i suoi esperimenti, aveva dimostrato di essere in grado di spostare avanti nel tempo una particella subatomica accelerandola fino alla velocità della luce con un nuovo acceleratore di particelle, ma queste erano capacità che potevano permettersi solo le grandi università come quella di Boston. A Baddertown si sfruttavano le teorie alternative. Leonard, basandosi su di un articolo di R. Z. Gales, uno dei veterani in questo campo, e grazie all'aiuto dei suoi colleghi, aveva costruito un deceleratore di particelle puntuale. Per anni e anni aveva fatto calcoli su calcoli dimostrando almeno teoricamente che si avevano le conoscenze sufficienti per interrompere il passare del tempo o quantomeno rallentarlo. L'esperimento, che si sarebbe svolto nei laboratori del D.I.S.T. nel pomeriggio, avrebbe puntato proprio a fermare il tempo in un piccolo spazio, o, se fosse riuscito a mettere a punto il programma rallentatore, a dilatare il tempo aggiungendovi tempo nuovo. Quando si recò nel laboratorio trovò il suo progetto completamente smontato. Pensò che il suo collega e amico John l'avesse voluto revisionare un'ultima volta e l'avesse lasciato così la sera precedente, per non fare troppo tardi. A questo contrattempo non diede molta importanza e si limitò a riassemblare il tutto seguendo le sue carte, dopotutto i pezzi da montare erano pochi per l'alta tecnologia delle componenti. La macchina per l'esperimento, costruita con la collaborazione degli altri ricercatori ed il nuovo arrivato John, non somigliava a nulla di fantascientifico, anzi era stata presa in giro più volte e scambiata per un semplice forno a microonde. A mattinata inoltrata Leonard incontrò John e, grazie al lavoro fatto a casa, dimostrarono in una simulazione al computer che la macchina deceleratrice era in grado di rallentare il tempo proprio come previsto. L'andamento dei grafici e l'evidente risultato numerico erano anche troppo chiari e di buon auspicio, sarebbe stato sufficiente riprogrammare il calcolatore collegato alla macchina per ottenere quello che desideravano. Fino ad ora di pranzo venne controllato più volte che non ci fossero possibili errori nelle procedure e nel deceleratore stesso. Poi, nel pomeriggio giunse, appositamente dalla Francia, il professor Monk per assistere all'esperimento. Leonard si scoprì una macchia fresca di pomodoro sulla camicia, ma non si lasciò distrarre, non era il tipo di cose a cui dava molta importanza, specialmente in certe occasioni, e insieme agli altri ricercatori spiegò tutto con molta calma e precisione al professore. Ognuno espose la propria parte di lavoro e tutto fu così chiaro, esplicito e convincente da non destare dubbi sulla validità dell'operato. Leonard prese un bel respiro e mostrò a tutti i presenti che i due orologi digitali che stringeva nelle mani erano perfettamente sincronizzati. Ne appoggiò uno all'interno della macchina e l'altro lo lasciò in bella mostra sulla scrivania, accanto al computer. Poi si sedette davanti alla tastiera e cominciò a battere sui tasti. I segnalatori posti sul deceleratore confermarono la sequenza di accensione, mentre all'interno l'orologio cominciava a vibrare. Alcuni dei presenti si allarmarono lasciando intravedere dall'espressione un certo timore, ma John spiegò che non c'era da preoccuparsi, era un effetto passeggero. Intanto sullo schermo dell'elaboratore veniva riprodotto l'oggetto sotto osservazione e da una finestra del programma si tenevano sott'occhio le particelle dell'orologio mediante un microscopio elettronico. Improvvisamente il programma che stava girando senza problemi diede errore, ma venne subito autocorretto da una procedura appositamente istallata nel processo. Dentro alla macchina si sviluppò una luce che, da leggera e quasi invisibile, divenne talmente splendente da accecare chiunque la guardasse. Leonard pensò che era tutto come previsto. Il tempo all'interno della macchina si stava fermando, così, non essendovi più movimento temporale, parte dell'energia immagazzinata nei modi reticolari dei materiali dell'orologio veniva rilasciata in quel modo. Passato un minuto tutto sarebbe tornato normale e la macchina, seguendo i dati memorizzati nella memoria del computer, avrebbe ridato movimento alle particelle, riattivando il tempo. Come prova del successo dell'esperimento si sarebbero ottenuti degli importanti dati dal calcolatore, più la schiacciante prova che l'orologio dentro la macchina non sarebbe più stato sincronizzato col suo gemello, ma sarebbe rimasto indietro di un minuto esatto. Ed un minuto era il tempo necessario a portare a pieno regime il deceleratore di particelle. Ma, quando il cronometro sul calcolatore segnò 60 secondi, la corrente saltò in tutto l'edificio. Le luci si spensero e si spense anche il luccichio che proveniva dall'interno della macchina. Qualcuno gridò di restare immobili e si lasciò chiudere la porta dietro. Qualche minuto dopo la corrente fu riattivata. Purtroppo l'esperimento era andato a monte. Il generatore ausiliario di energia non era entrato in funzione perché, senza che nessuno dei ricercatori fosse stato avvertito, era stato scollegato per dei test di manutenzione. Leonard si tolse gli occhiali e si stropicciò gli occhi in attesa che il suo calcolatore caricasse nuovamente il sistema operativo. John si precipitò al deceleratore e, quando lo trovò vuoto, decretò che il processo non era stato portato a termine, lasciando materialmente l'orologio indietro nel tempo di un minuto. Leonard sbatté il pugno sulla scrivania e si morse il labbro inferiore, quando il computer gli lasciò intendere, con i suoi messaggi, che non poteva fare nulla per recuperare i dati persi. Tutti, uno per volta, uscirono dal laboratorio a testa bassa. Il professor Monk sentenziò la causa della perdita di tensione: - La macchina ha assorbito troppa energia. Come volevasi dimostrare il rallentamento del tempo e tantomeno il suo arresto non sono possibili con le conoscenze attuali.-. Leonard venne accusato di essere stato frettoloso e di non aver calcolato con esattezza la quantità di energia necessaria. Ma Leonard sapeva che la macchina non avrebbe consumato affatto energia, come aveva dimostrato sarebbe dovuto avvenire un semplice scambio e non quello che era realmente accaduto. Prima di sera Leonard smontò il deceleratore pezzo per pezzo, ricontrollando accuratamente che nulla si fosse rotto, poi stanco, anche moralmente, andò a casa. Raccontò tutto alla sua paziente consorte e si lasciò consolare sul divano di fronte alla televisione, affondato tra i cuscini. - Non ti preoccupare - le sussurrò Diana - vedrai... la prossima volta...-. - La prossima volta... - Leonard alzò il tono di voce -...non mi faranno tentare una prossima volta!-. Diana lo abbracciò e lo strinse al petto, prima di restare catturata dallo spettacolo che davano sul D.D. Chanel, il suo network preferito. Trasmettevano un gioco a premi, uno dei tanti quiz dalle domande impossibili. - Qual è il nome di quella speciale sostanza, di natura proteica, instabile e termolabile, presente nel siero di sangue umano o animale, capace di inattivare o almeno attenuare la virulenza di alcuni germi patogeni?- Diana, senza neanche pensarci affermò - La Alessina - e, un secondo dopo, il concorrente confermò l'esattezza della risposta. Leonard restò perplesso e senza dire nulla lanciò un'occhiata interrogativa alla moglie. Diana da parte sua non riuscì a dire altro se non che l'aveva già sentita, le domande dei quiz erano sempre le stesse, per questo aveva saputo rispondere. Passò la serata e andarono a dormire. Leonard, in dormiveglia, rifletté su quanto era accaduto al laboratorio. Poco prima di cadere in un sonno profondo trovò forse la causa del fallimento del suo esperimento. La macchina aveva assorbito l'energia sufficiente al funzionamento, ma, prima di restituirla, era transitata in uno stato privo di energia. Come nel culmine di una parabola non si ha velocità apparente, così l'energia si era interrotta, a causa del sovraccarico dell'impianto elettrico. Al mattino seguente Leonard non ricordava più nulla dei ragionamenti fatti prima di dormire. - Che ore sono? - bisbigliò, tirando le coperte a se e voltandosi dalla parte opposta della finestra, dove Diana stava alzando la serranda. - E' tardi!... non vorrai far tardi anche oggi? -. Leonard si alzò a malavoglia - Perché, che giorno è? -. Diana uscendo dalla camera da letto gli rispose: - Non mi dire che ti sei dimenticato che oggi è “il Gran Giorno”...-. II. IL GIORNO DELL'ANNIVERSARIO Confuso, stanco, demoralizzato, completamente a terra, Leonard s'era insabbiato e non riusciva a venir fuori dalla palude di polemiche in cui si era cacciato. Si stringeva la sommità del naso alzando le sopracciglia nella speranza di riuscire a concentrarsi. Era talmente stremato che non riusciva neanche a dormire. Erano mesi che lavorava nel salone di casa sua ad un nuovo progetto, a qualcosa che lo avrebbe reso celebre e stimato in tutto il mondo, ma soprattutto nel suo ambiente di lavoro. Leonard era un ricercatore del D.I.S.T., cioè del Dipartimento Indagini Spazio Temporali della Baddertown University, vicino New York. Era anche tra i più quotati, ma i suoi fallimenti o i parziali successi lo avevano messo al centro delle polemiche e degli scherzi dei suoi colleghi. Nonostante tutto non si era perso d'animo. Gli incoraggiamenti a proseguire, ad impegnarsi più a fondo, a riuscire, non gli erano mancati. Il professor Monk era fiducioso e malgrado i suoi molteplici impegni lo aveva spronato ad andare avanti fornendogli delle intuizioni fondamentali. E poi c'era Diana, la moglie di Leonard, la compagna della sua vita, ma soprattutto il sostegno morale e sentimentale alle sue cadute depressive. Leonard aveva fallito in altre occasioni, ma stavolta contava di realizzare uno dei suoi sogni. Il progetto era, come al suo solito, legato all'idea del tempo, che, come spesso ripetuto da lui, - ... E' della stessa natura dello spazio e da origine nella nostra mente ai concetti relativi del prima e del poi.-. In sostanza l'esperimento sfruttava alcuni principi sull'andamento del tempo enunciati dallo studioso americano Robert Z. Gales: - Il tempo può essere paragonato ad una sostanza con massa costante e superficie variabile che gode di un equilibrio stabile ed immutabile. Si è in grado di modificare la superficie se e solo se non si modifica la massa e lo spazio. Qualsiasi tentativo di aggiungere o sottrarre materia porta la sostanza ad una mancanza di equilibrio che genera una disfunzione e di conseguenza un'estinzione del tempo come lo conosciamo ora, in termini tecnici “un paradosso”.-. Tenendo conto di queste teorie, Leonard, aveva sviluppato una macchina in grado di accedere alla sostanza del tempo per attingere o riversare della materia in luoghi temporali diversi. Il tutto in tempi sufficientemente vicini allo zero, in modo da non destare scompiglio nell'equilibrio. Il macchinario era stato chiamato Temportatore. Aveva l'aspetto di un doppio distributore di bevande automatico, fornito di due piccole consolle numeriche con rispettivi display e collegato ad un computer. La macchina era in grado di fendere il tempo, prelevare un qualsiasi oggetto prestabilito e sostituirlo con uno di massa e spazio uguale al primo. L'esperimento avrebbe trattato di una sostituzione dal passato al futuro e viceversa. Leonard, questa volta, non aveva voluto nessuno come aiuto, non perché fosse avido di gloria, se ce ne fosse stata, ma solo perché temeva un malfunzionamento imprevisto e di conseguenza non voleva altri con cui prendersela che se stesso. Avvolto tra le lenzuola in una calda sera di luglio, guardava la camera da letto con gli occhi appannati e senza occhiali nella speranza di rivedere le magiche forme d'ombra che riusciva ad immaginare quando era bambino. Ma quelli erano altri tempi, tempi passati che rincorreva nei suoi ricordi e con gli esperimenti. Di certo il sogno di tutti è sempre stato tornare indietro nel tempo per cambiare qualcosa, ma lui non voleva cambiare nulla, per realizzarsi gli bastava dimostrare, a se stesso principalmente e poi agli altri, che era stato in grado di fare qualcosa per cui i posteri lo avrebbero ricordato. Poco più tardi i suoi pensieri agitati lasciarono lentamente posto al sonno quieto e le preoccupazioni scapparono via da lui, come le fantomatiche ombre di liocorni che da bambino immaginava venissero da chissà dove per augurargli la buonanotte. - Leonard... Dormiglione, svegliati! - gli strillò dal bagno Diana, mentre, ancora in vestaglia, si guardava allo specchio e si acconciava i capelli. - Mi hai sentito? Alzati... E' una splendida giornata e poi oggi è un giorno particolare...-. Ma Leonard era talmente stanco che le parole di Diana gli giungevano alle orecchie distorte e rallentate. La donna guardò intensamente il calendario, poi vistosamente emozionata tornò nella camera da letto per prendere qualcosa dall'armadio a muro. Aperto un cassetto raccolse sulle sue ginocchia una scatola di legno con un lucchetto molto piccolo. Mentre si frugava in petto, per cercare la chiave legata alla catenina, notò un paio di occhiali nuovi, da vista, di cui aveva scelto la montatura tre anni prima, in occasione di un importante evento. Ma Leonard non li aveva mai voluti mettere, per una ragione o per un'altra. Diana aprì la scatola con cautela, come fosse uno scrigno di tesori. Mai nessuno aveva potuto vederne il contenuto, neanche Leonard. All'interno vi erano lettere, foto, piccoli regali, i ricordi di momenti belli e preziosi che Diana custodiva con gelosia. All'improvviso sentì un rumore e un lamento, così richiuse la scatola e disse - Stavo vedendo gli occhiali che ti ho regalato, perché non li metti almeno oggi per farmi contenta?-. Ma Leonard non si rese conto di nulla e Diana infastidita urtò volontariamente il letto, per poi andare in cucina a preparare la colazione. Apparecchiò il tavolo per due e affiancò alla tazza di cappuccino di Leonard una scatoletta minuscola, poi tornò in camera da letto per vestirsi. Salì sulle coperte, rimbalzando sul materasso, e poi su Leonard stesso, per arrivare davanti all'armadio con lo specchio. Leonard avvertì un senso di soffocamento, ma era come se un folletto gli tenesse strette le palpebre e non lo volesse far svegliare. La donna lasciò cadere in terra la vestaglia e cominciò ad indossare la biancheria. - Non sai che ti perdi... Apri solo un occhio per un secondo e vedrai come riprendi subito conoscenza.-. Diana guardò l'orologio sulla cassettiera e si rese conto che si stava facendo tardi, sarebbe voluta restare volentieri a giocare con il suo Leonard, ma non voleva sentire le lamentele del capufficio. Mentre lasciava scivolare l'aderente gonna sulla sottoveste di seta, pensava che quel giorno sarebbe tornata in anticipo per andare a festeggiare e l'idea la allettava molto. Si precipitò in cucina e riempì la sua piccola borsetta con una merendina ed un succo di frutta, non aveva tempo per fare colazione, quindi doveva arrangiarsi. Prima di uscire accese la radio a tutto volume sulla sua stazione preferita: Radio Dave Music Machine. - La notizia curiosa di oggi viene da Radio 10'n'See, una delle nostre collaboratrici al vostro servizio. Due giovani sono rimasti intrappolati sotto la neve per due settimane a causa di una violenta bufera che ha interessato una piccola parte del Tennessee. Quando sono giunti i soccorsi nessuno voleva crederci, ma i ragazzi erano ancora vivi. Gli studiosi ritengono che la temperatura polare e l'isolamento totale ottenuto nell'automobile in cui si trovavano, abbia loro rallentato i processi vitali, rendendoli, in un certo senso, ibernati. I ragazzi dal canto loro non ricordano nulla, dicono di aver sognato per tutto il tempo la stessa cosa. Veramente curioso! La nostra redazione ne trova sempre di migliori. Ma lasciatevi trasportare dal ritmo trascinante di questa splendida canzone, nuova proposta della settimana.-. Nell'istante in cui Diana si fermò ad ascoltare la radio le venne un'idea. Non voleva ricordare a Leonard che era una data particolare, ma nel caso lo avesse scordato, voleva lasciare delle tracce che lo avrebbero guidato. Tornò in sala e riprese il regalino che gli aveva lasciato vicino alla colazione, poi afferrò una penna. Prima di terminare il messaggio poco esplicito, che stava scrivendo su di un tovagliolo di carta, notò il macchinario a cui stava lavorando da mesi Leonard. Pensò che sicuramente lo avrebbe guardato e rimirato appena sveglio, quindi si decise a deporvi il messaggio all'interno, nonostante il divieto categorico di toccare la macchina. Così aprì uno degli sportelli che caratterizzavano il Temportatore, ma, prima di lasciarvi cadere il fazzolettino, vide ben acceso e luccicante il display al suo fianco. Aveva dodici cifre ed erano più che sufficienti per impostare una data. Non si intendeva molto di computer, ma le calcolatrici le sapeva utilizzare e le consolle erano state ricavate proprio da queste. Così cancellò le cifre precedentemente impostate su entrambi i display e vi scrisse l'ora e la data dell'anniversario: 11:10- 19.07.1990. Guardò per un secondo ancora le due date e decise che erano sufficienti per risvegliare in Leonard il ricordo. Quando Leonard tornò nel mondo dei coscienti era già passato molto tempo dall'uscita di Diana. Dato che non riusciva a distinguere nulla senza occhiali ed alzandosi non li aveva trovati tastando il mobiletto, girovagò per la camera a braccia tese, costeggiò muri e porte sino ad entrare in bagno. Poi con un movimento maldestro lasciò cadere qualcosa in terra. - Accidenti... No! - gli occhiali potevano essersi rotti o avrebbe potuto calpestarli nella ricerca. Allora appoggiò con cautelata la testa in terra, con un orecchio sul pavimento e cominciò a girarsi in tondo. Gridò e si spaventò, ma capì subito che vicino la colonnina del lavandino non c'era nulla. Gli occhiali erano semplicemente caduti a cavallo della punta di una delle scarpe di Diana e gli era sembrato che ci fosse qualcun altro in terra a pochi centimetri da lui. Guardandosi allo specchio non gli restava altro che un bel paio di labbra rosse stampate sulla fronte, come su di una foto da diva stropicciata. Si strofinò i polsi e, guardando l'orologio, si accorse che era in ritardo. Aveva un appuntamento in fondo alla via con i suoi colleghi che sarebbero venuti a casa sua per avere una dimostrazione sul funzionamento del Temportatore. Così si vestì in fretta e uscì di casa senza fare colazione e senza spegnere la radio. In strada liberò il motorino dalla catena e si ricordò che non aveva preso il casco. Restò per un attimo a pensare sul da farsi, ma qualcuno lo distrasse. - Leonard... Che ora è? - disse una voce famigliare, mentre una mano gli colpiva la spalla afferrandola. Leonard teso e nervoso, quando sentì quella voce chiamarlo, sobbalzò e, voltandosi di scatto, perse gli occhiali. Dietro di lui Stephen, un suo collega e amico, tentò di prendere le lenti al volo, ma, colpendole male, non fece altro che prolungare loro il tragitto prima di farle cadere rovinosamente sull'asfalto davanti allo pneumatico di un'automobile in movimento. Quando Leonard sentì scricchiolare i vetri sotto la ruota e riconobbe la voce del suo collega, strinse i denti e i pugni. Fece un grande respiro, sapeva che avrebbe tentato di seppellirlo di parole e che gli serviva molto fiato per scaricarsi. Ma non ebbe modo di farlo. Stephen lo calmò subito restituendogli gli occhiali intatti. - Hai visto che ore sono? -. - Si che l'ho visto, sono le 11:10 - rispose Leonard controllando che gli occhiali non si fossero danneggiati in nessun modo. Era scocciato, gli si leggeva in faccia che avrebbe voluto dire qualcosa di pesante, ma si trattenne quando vide andargli in contro il professor Monk. - Mi scusi professore per il ritardo, ma ho avuto un contrattempo.-. Il professore non fece problemi, era impaziente di assistere all'esperimento e di ritirare una copia degli appunti sul Temportatore. Mezz'ora dopo, nel salone della casa di Leonard, tutto era sistemato per la dimostrazione. Sullo schermo del computer, tra i dati e le informazioni, si confondevano le date scelte da Leonard per l'esperimento. Le stesse che sarebbero dovute apparire sui display delle calcolatrici applicate alla macchina, ma facevano fatica a stabilizzarsi. Un probabile falso contatto lasciava che le date lampeggiassero in continuazione. Leonard era talmente emozionato che non ci fece caso, al contrario di Stephen che, accortosi dell'anomalia, tentò di provvedere da solo. Prima cancellò e rimpostò entrambe le date come le aveva trovate: 11:10-19.07.1990, poi visto che il difetto persisteva diede dei colpetti sulle consolle. Uno dopo l'altro i display si spensero e un segnale acustico avvertì Leonard dell'accaduto. - Tieni le mani a posto per favore, Stephen...- poi rivolto con espressione distesa e sicura al professore -...non si preoccupi: fa testo quello che risulta sul monitor.- e continuò a digitare fiumi di tasti sul calcolatore. Poi improvvisamente si arrestò. - Pronti! Chi vuole fornire un oggetto? -. Nessuno si fece avanti con qualcosa di proprio, solo Stephen fece la mossa di porgere un bicchiere. Leonard capì l'allusione tra l'oggetto e l'aspetto da distributore di bevande della macchina, allora spiegò che l'oggetto per il test non sarebbe andato perso. Sarebbe comparso in un altro tempo e l'avrebbe potuto richiamare a suo piacimento. Sarebbe accaduto un semplice scambio di materia tra due tempi o istanti, e, un altro oggetto di pari massa e spazio, ma di tempo differente, sarebbe comparso nell'altro contenitore. Dopo la spiegazione non ci fu nessun cambiamento d'umore tra gli spettatori. Allora Stephen mormorò, quasi tra se e se, ma venne sentito da tutti. - Prova con i tuoi occhiali! -. Leonard esitò per pochi secondi, poi realizzò che non c'era nessun timore e accettò la proposta. Avviò il programma sul computer e fece scorrere il processo sino al momento in cui poteva. Appoggiò una mano sulla tastiera e l'indice sul pulsante d'avvio, mentre con l'altra si sfilò gli occhiali e li chiuse nel contenitore. Strinse gli occhi nella speranza di mettere a fuoco l'immagine, ma il dito si abbassò sotto il suo stesso peso. Sullo schermo controlli e istruzioni si susseguirono in una girandola di lettere e numeri fosforescenti. Un sibilo passò dal primo al secondo contenitore. Stephen gridò che gli occhiali erano scomparsi. Poi un'esplosione scardinò la griglia posteriore del Temportatore. Leonard non vide altro che ombre cinesi agitarsi e correre da una parte all'altra della casa. Qualcuno spense il principio di incendio con l'acqua di un vaso di fiori, un altro lanciò una coperta sulla macchina, mentre Leonard era immobile sulla sedia ad ascoltare. Quando tornò la calma nessuno parlò per primo. Leonard chiese a Stephen di prendergli gli occhiali nuovi nel cassetto dell'armadio a muro in camera da letto. Poco dopo infilandoli accennò un'espressione di rassegnazione ed esclamò - Pazienza! -. Il professor Monk analizzando il Temportatore trasse le sue conclusioni. - Non tutto è andato male... -. Nel primo contenitore non c'era alcuna traccia degli occhiali, ma nel secondo c'erano i resti. Allora dedusse che se non c'era stato l'aspettato prelievo e scambio temporale, però c'era stato un trasferimento di materia sicuramente nello spazio e probabilmente anche nel tempo. L'oggetto in questione non si era ricomposto ordinatamente, ma non c'era dubbio che qualcosa di interessante era successo. Le discussioni continuarono sino ad ora di pranzo, poi, poco per volta, tutti andarono via. Il professore, vedendo lo stato di sconforto in cui s'era immerso Leonard, tentò di sdrammatizzare la situazione. - Non è il funerale di nessuno... L'esperimento non è andato come previsto, ma non è andato neppure male... coraggio... avrai modo di rifarti.-. Leonard pensò che avesse ragione, come sempre, ma non riuscì a dimostrargli la sua riconoscenza in altro modo che con un mezzo sorriso soffocato dalla delusione. Stephen non ebbe il coraggio di aggiungere altro o dire qualcosa, andò con gli altri lasciandosi alle spalle la porta di casa di Leonard e le chiacchiere inutili. Leonard restò solo nel suo appartamento, ma si sentì molto più solo dentro: aveva perso una battaglia che riteneva importante. Era talmente demoralizzato che avrebbe voluto cambiare vita, lasciare le ricerche, ma si ricordò che il suo sogno era di ritirarsi con un grande trionfo, non voleva finisse in quel modo. In quel momento di depressione, lo distrasse una fitta allo stomaco e gli fece notare che dalla sera precedente non mangiava nulla. Ma era inutile pensarci, non gli sarebbe andato bene niente, quel senso di disgusto che lo pervadeva gli avrebbe fatto rifiutare qualsiasi cibo. Intanto nella sua mente si sovrapponevano domande, immagini, idee, ricordi, sogni, parole, buio. Scuoteva la testa e si teneva la fronte con una mano. Ci teneva molto ai suoi vecchi occhiali, aveva vissuto con loro molteplici avventure, lo avevano accompagnato negli anni difficili, erano entrati nella sua storia, erano una sua parte, ma adesso erano solo passato, e il passato non torna. Si sentì caldo, quasi avesse la febbre, avvertì una sequenza di brividi salirgli su per la schiena ed improvvisamente esplose in un gesto inconsulto di rabbia. Prese la rincorsa con un braccio e scagliò una lattina sul Temportatore con tutta la forza che riuscì a sviluppare. L'impatto infelice fu in grado di riattivare i display del macchinario. Leonard si incuriosì ed andò a controllare da vicino. La data non era quella che aveva selezionato lui da computer, inoltre era la stessa in ambedue le consolle. - E' la data di oggi!... Perché? -. Qualcosa nell'interfaccia della macchina doveva aver permesso al Temportatore di acquisire la data odierna residente nel calcolatore. L'esperimento poteva essere fallito proprio per questa ragione. Essendo il tempo di prelievo e riversamento uguale, poteva esserci stato un istante infinitamente piccolo in cui l'oggetto futuro e quello passato erano stati presenti nello stesso momento, provocando una disfunzione nel tempo. Il Temportatore aveva risolto il paradosso modificando semplicemente uno dei due oggetti. - Allora non è andato tutto perso. -. Ipotizzò che utilizzando un solo contenitore e applicando una certa priorità sul buco del tempo, era in grado di recuperare i suoi occhiali sani dal passato, per sostituirli con quelli rotti. Allora uscì di casa per comperare alcuni pezzi andati danneggiati durante il primo test. Quando tornò al tavolo del salone di casa si accorse di un messaggio sulla segreteria telefonica. - Tesoro sono Diana... Sapessi quanto mi dispiace, ma tornerò tardi... Comunque festeggeremo ugualmente.-. Leonard sentì il nastro, ma era troppo preso a rimettere in funzione il Temportatore per comprendere il significato delle parole di sua moglie. Nel giro di poche ore tutto tornò a funzionare. Attivò il programma sul calcolatore e attese ansioso. Aveva impostato una data sufficientemente indietro del tempo che gli avrebbe consentito di riavere i suoi occhiali “quasi nuovi”. Come nel caso precedente ci fu un sibilo fastidioso, poi un rumore sordo, come se una fiamma ossidrica si fosse spenta. Leonard controllò il contenitore, ma era completamente vuoto. Colpì il macchinario con un pugno e si accorse che sul display lampeggiava ancora quella data: 11:10-19.07.1990. Non ci pensò due volte e trascinò tutti i resti del Temportatore in cucina, accanto al cesto per i rifiuti. Prese una birra e la prosciugò con un sorso, poi si trascinò in camera da letto e si seppellì tra le lenzuola. Solo una spiegazione poteva rispondere ai suoi dubbi e avere un senso. Probabilmente, avendo a disposizione un solo buco nel tempo per il passaggio della materia, la macchina aveva concesso automaticamente la priorità al futuro e, nell'istante in cui doveva transitare l'oggetto dal passato, il buco nel tempo s'era già chiuso... - Non c'è più traccia dei miei occhiali... Non li rivedrò mai più!-. Leonard smise presto di ragionare e passò alla realtà dei sogni, dove si ritrovò bambino a rincorrere le fantomatiche magiche ombre di liocorni. Quando ormai era notte da diverse ore giunse a casa Diana. Chiamò Leonard diverse volte, ma non ebbe risposta. Diede uno sguardo alle altre camere, mise in ghiacciaia una bottiglia di spumante e poi accese la segreteria telefonica. - Ciao, sono Stephen! Scusa, mi sento responsabile per i tuoi occhiali... So quanto ci tenevi. A domani!-. - Buonasera Leonard, sono il professor Monk... I tuoi appunti sono interessanti, se non hai altri impegni passa domani nel mio ufficio per discuterne, oppure chiama in mattinata.-. Diana sperava di avere notizie di suo marito, ma visto il contrario lasciò attiva la segreteria e andò a farsi una doccia. Sapeva che Leonard non era nuovo a rientri oltre l'ora prevista per motivi di lavoro, così non si preoccupò più di tanto. Quando ancora seminuda si stava asciugando e ballava al ritmo della radio, si accorse degli occhiali nuovi sul mobiletto. Scansate le lenzuola dal letto si rese conto che la stanchezza di Leonard era talmente tanta da non farla accorgere della sua presenza. Spense subito la radio e rimase contenta a guardarlo, erano anni che voleva vedergli indossare qual paio di occhiali. Gli accarezzò una guancia e lo baciò sulla fronte. Poi appoggiò sul mobiletto il suo modesto regalo e lo lasciò riposare. Non aveva cenato così, senza fare rumore, andò in cucina a sbirciare nel frigorifero. Ebbe una sorpresa: su di un intero ripiano una coloratissima torta dedicata - Al mio Amore! - aspettava solo lei. Diana si sentì la donna più fortunata al mondo, voleva molto bene al suo Leonard e, l'aver pensato che poteva essersi scordato di una data così importante, le diede talmente dispiacere che preferì dimenticarsene, affogando i suoi pensieri nel dolce. Mentre degustava la saporita torta si accorse che Leonard aveva gettato la sua macchina. Capì subito che qualcosa era andato storto, così lasciò la fetta di torta per andargli a parlare. Ma, poco prima di uscire dalla cucina, un sibilo le attirò l'attenzione verso il contenitore del Temportatore. Quando lo aprì e vi trovò i vecchi occhiali di Leonard non pensò ad avvertirlo, credette che se ne fosse voluto sbarazzare. Li raccolse, sapeva che avevano avuto molto valore per lui e anche per lei erano uno splendido ricordo. Allora decise di conservarli. Li portò in camera da letto e dopo aver aperto il suo scrigno ve li accomodò con grazia. Pensò - Non dirò nulla a Leonard, altrimenti li rivorrà e non porterà più quelli nuovi.-. Leonard avvertì qualcosa nell'aria e riprese conoscenza. - Chi è? -. - Sono Diana... Continua a dormire... Se ti riesce! -. La donna lasciò scivolare in terra la vestaglia per stendersi sul letto a fianco del suo Leonard. Il solletico e le risatine si smorzarono presto e dormirono abbracciati l'uno con l'altra, dimenticando ogni preoccupazione fino... al giorno seguente. III. IL GIORNO DEL NABEN Anche quel giorno la bianca Nova Madre si levò in alto oltre le nuvole, come una sfumatura di pennello, rischiarò il rosso dell'orizzonte, sulla tela immaginaria del cielo. Così come aveva fatto da due miliardi e mezzo di anni a questa parte e come avrebbe fatto per altri due e mezzo, illuminò sguardi increduli e animi preoccupati di non poter resistere ancora per un'altra notte a quella fredda e buia esistenza. E mentre i raggi di luce costringevano le ombre a nascondersi qualcosa di tragico accadeva in uno dei tanti edifici sparsi sulla superficie del pianeta. Le condizioni del paziente versavano in uno stato gravoso. Il Maestro Aben Naben non era più in grado di muovere le braccia e le gambe, inoltre la vecchiaia gli aveva portato una malattia alle vie respiratorie e reso praticamente inutilizzabili gli organi olfattivi ed uditivi. Non c'era alcun dubbio sulla sorte che avrebbe seguito, e quello che stava accadendo era solo un altro esempio dell'impossibilità di agire di fronte al passare inesorabile del tempo. I familiari e i componenti del vecchio e del nuovo staff di ricerca gli erano tutti vicino, non avrebbero voluto assistere ad un evento così tragico, ma, fino all'ultimo, il maestro avrebbe potuto dire qualcosa di fondamentale, come tutto quello che li aveva guidati sino a quel momento, e così erano tutti in attesa. Un'attesa logorante e funesta. D'altro canto non voleva abbandonare il dipartimento di ricerca per avere delle migliori cure da un centro specializzato, così vi si era impiantato stabilmente da diverso tempo. Era al centro dei pensieri e delle preoccupazioni di tutti, presenti e soprattutto non presenti. Il maestro era considerato un padre affettuoso dalle decine di figlioli, un collega eccellente dai fortunati che collaboravano con lui, per la maggior parte era un condottiero insostituibile, ma il maestro stesso dal profondo della sua saggezza si considerava ben altra cosa. Aben, come solea chiamarsi quando parlava di se stesso, era l'ultimo testimone della più grande sciagura abbattutasi sul mondo dopo l'inabissamento delle acque dell'Era Prenabeniana. Come spesso ripeteva: una catastrofe di proporzioni cosmiche, un affronto senza precedenti, una provocazione sfacciata... un insulto nei riguardi della nostra e di altre civiltà intelligenti... se mai ce ne fossero state altre. Non era difficile capire, con questa padronanza di linguaggio e determinazione, come avesse fatto a trasformare una popolazione di spensierati lavoratori in un orda di ossessionati vendicatori. Comunque adesso sembrava proprio giunto il momento di voltare pagina. Era la fine dell'Era Nabeniana, ma l'inizio di cosa? - Cosa? -, disse il maestro rinvenendo dal suo stato parziale di incoscienza. Mosse il capo verso la figura che credeva la Dottoressa Andle Naben e mormorò - Cosa c'è di nuovo?-. La dottoressa fece un cenno con la punta della mano ed un ragazzo corse fuori della stanza. Il maestro allora si voltò a guardare la finestra con quel suo sguardo spento di pietra, immobile come le fantasiose statue che abbellivano il dipartimento. Era uno di quei rari momenti in cui non c'erano tormente di sabbia in superficie e si riusciva a vedere la porpora del cielo. Quella vetrata, sino a poco tempo prima, cioè quando il maestro era ancora in grado di camminare, non c'era. Solo in seguito era stata tanto voluta con insistenza per tenere sotto controllo costante quell'ossessione non più sua ma resa di pubblico dominio: il Terzocielo. Il ragazzo tornò nel silenzio della sala, ma non portò alcuna buona notizia dall'osservatorio, sempre gli stessi rilevamenti. Ormai erano decine e decine di anni che gli strumenti registravano gli stessi segnali, le stesse informazioni, sempre lo stesso e mai niente di importante per la loro ricerca. Sulla superficie del Terzocielo, come era conosciuto sui libri di scuola, ma meglio identificato come “la terra del nemico”, era un continuo formicolare di enormi pachidermi preistorici, bipedi ed eretti mediante una struttura rigida e snodabile probabilmente composta di calcio. Gli esperti avevano diagnosticato ancora qualche decennio di vita a quella specie di pachidermi che in breve tempo sarebbero stati completamente spazzati via dalla ferocia di creature ben più orribili: simili in tutto e per tutto alla loro razza, ma dotati di un'intelligenza talmente diabolica da renderli estremamente pericolosi per loro stessi, per gli altri e per qualsiasi altra forma di vita nella galassia. Ma cosa ancor più grave e terrificante era un popolo di cacciatori. Il maestro spesso raccontava la storia del loro primo contatto con questa terribile forma di vita aliena. Anche se non era più in grado di muoversi e faceva molta fatica nel parlare, il suo inconscio tormentato lo straziava e le lacrime testimoniavano la freschezza del ricordo. Anche quel giorno lo splendore del sole si levò in alto oltre le nuvole, come una sfumatura di pennello, rischiarando l'azzurro dell'orizzonte sulla tela immaginaria del cielo. Per molti sarebbe stato un giorno come tanti altri, anzi un'afosa giornata d'estate da dimenticare, ma per un piccolo gruppo di ricercatori era un evento da inserire con orgoglio negli annali della storia della loro università. Dato che si era in procinto di analizzare le preziose informazioni rilevate dall'ultima sonda spedita ad analizzare suolo, sottosuolo ed atmosfera del pianeta più vicino morfologicamente alla Terra, cioè Marte. Sino a quel momento, diversi altri satelliti avevano studiato la superficie da lontano durante i loro passaggi a centinaia di chilometri nello spazio, facendo fotografie o registrando attività elettromagnetiche mediante sensori sensibilissimi, e solo un paio di sonde erano atterrate per prelevare campioni. Ma la sonda messa appunto dai ricercatori di A.R.E.S. (Automatic Reserch and Engineering Society), composto da membri del D.I.S.T. (Dipartimento Indagini Spazio Temporali), del D.I.R.A. (Dipartimento Informatica Robotica Automatica), e del D.I.A.S. (Dipartimento Ingegneria Aeronautica Spaziale), oltre ad altre menti eccellenti della Baddertown University, era speciale: non si sarebbe limitata al prelievo di campioni, ma avrebbe fatto quello che nessun altra sonda aveva mai fatto sino a quel momento, cioè cercare la presenza o quantomeno le tracce di un eventuale civiltà aliena esistente o esistita. Il pianeta si mostrava inequivocabilmente desertico, percorso da forti venti, assediato da una temperatura polare, praticamente il più ostile possibile a delle forme di vita simili a quella terrestre. Ma c'erano anche delle tracce inconfutabili della presenza di qualcosa. Molte erano le erosioni della crosta ritenute evidenti segnali della presenza dell'acqua sul pianeta, almeno in epoche precedenti. E anche delle strane ombre lasciavano pensare a delle costruzioni architettoniche ben precise, improbabili frutto di scherzi naturali del vento. In molti erano convinti di trovare qualcosa. Tanto che anche enti privati si erano affiancati al progetto finanziando o fornendo il loro contributo fondamentale, come la ben nota D.A.S.A. (Davis Aeronautics and Space Administration), costruttrice del razzo trasportatore della sonda chiamata: Travellite. La sonda stessa era composta di più parti, proprio perché erano diversi settori ad occuparsi del progetto e diversi erano gli adempimenti del macchinario. Una prima parte, il Satellite, si sarebbe sganciata fuori dell'atmosfera restando in orbita intorno alla Terra come satellite meteorologico. Una seconda parte, il Travelling, dopo aver accompagnato la sonda sino nell'orbita di Marte, avrebbe seguitato la sua corsa verso lo spazio sconosciuto al di fuori della galassia. Cuore della complessa struttura era il Robo-Ant: una complicatissima macchina, dotata di sei lunghe zampe per un efficace spostamento sulla difficile superficie del pianeta, equipaggiata con una minuscola telecamera, ricetrasmettitore, sensori di ogni tipo ed un calcolatore in grado di vagliare tra le migliaia di possibili decisioni simulate in laboratorio. Con questo gioiello della tecnologia moderna i ricercatori avrebbero raccolto sufficienti informazioni per valutare una risposta esauriente alla filosofica domanda: - Siamo veramente l'unica forma di vita intelligente nella galassia?-. Dunque erano tutti fieri di lasciare impresso il proprio nome nella Storia, ma non avevano fatto i conti con il destino, che per qualcuno volle che le cose andassero in altro modo. - Ci sono dei problemi? -, chiese il professor Saviour Monk al ricercatore Leonard Woolers, mentre assisteva su di un monitor all'invio frammentario di immagini trasmesse con diversi minuti di ritardo dalla Travellite attraverso migliaia di chilometri di spazio. Leonard pensò che attendeva da quasi tre anni il momento in cui la sonda si sarebbe staccata dal razzo portatore, ma era certo che l'attesa sarebbe stata sicuramente ricompensata. - Tutto procede secondo il programma. -, rispose con voce ferma, e oltre a riferirsi al progetto di A.R.E.S., faceva riferimento anche al suo, imbarcato clandestinamente sulla sonda. L'esperimento, che stava portando avanti Leonard nei ritagli di tempo in cui non era occupato con i lavori del D.I.S.T., si basava su alcune teorie dello studioso di fenomeni spazio temporali Robert Z. Gales. Ed in particolare all'enunciato che diceva più o meno che: “...un oggetto di massa e superficie costante può essere richiamato in un tempo presente da uno remoto se le coordinate spaziali coincidono nel tempo.”. Così, basandosi su questo semplice teorema e facendosi forte delle conoscenze e delle esperienze precedenti nel campo, Leonard stava portando a termine l'ennesimo esperimento. Per l'occasione aveva costruito una macchina in grado di trasferire materia da un punto all'altro dello spazio attraverso dei condotti temporali, cioè dei differenti portali nel tempo collegati tra loro artificialmente attraverso campi elettromagnetici e fatti aprire sviluppando una piccola instabilità negli atomi della materia. Un collaudo vero è proprio non era stato fatto, ma Leonard si era limitato a trasferire una matita dalla sua abitazione a qualche chilometro di distanza. E lo aveva fatto solo perché costretto a verificare l'allineamento del macchinario, altrimenti non avrebbe fatto in tempo ad intrufolarlo nella sonda. Certo non era stato un completo successo, purtroppo qualcosa non aveva permesso all'oggetto di mantenere la sua integrità molecolare, così il risultato era stato rappresentato solo da polvere di legno e grafite. Non era un motivo sufficiente per perdere un'occasione così importante, dopotutto a Leonard interessava solamente avere dei campioni di suolo marziano prima del ritorno della sonda, ed averli intatti o ridotti in pulviscolo non era poi una cosa tanto drammatica da farlo rinunciare. Dato ciò aveva installato, nascondendolo accuratamente, un piccolo aggeggio di forma circolare, non più grande di tre pollici, simile ad un altoparlante per radio, che gli avrebbe permesso di raccogliere dei campioni di terreno semplicemente staccandosi dallo scafo del Robo-Ant e andando a cadere liberamente sul bersaglio. Questa parte dell'attrezzatura, che in gergo chiamava semplicemente “ventosa”, era solo un potente trasmettitore, il grosso dell'apparecchio era al sicuro dietro la porta del suo laboratorio. Il macchinario, realizzato nell'arco di una breve nottata dopo mesi e mesi di progetti bruciati nel portacenere, aveva un aspetto singolare: sembrava uno di quegli elettrodomestici affetta tutto, che non possono mancare in una cucina moderna. Era composto da un contenitore cilindrico di plexiglas, di capacità non superiore al litro, che aveva la funzione di camera stagna per l'arrivo e la partenza di oggetti destinati al viaggio nel tempo. Il resto, cioè un involucro che avvolgeva come una mano il raccoglitore, era composto da un ammasso di circuiti per l'analisi, l'equilibrio e l'instabilità della materia, oltre all'interfaccia che lo sottometteva al controllo del computer. Tutto era stato simulato decine di volte con i potenti elaboratori della D.B.M. forniti occasionalmente dalla D.A.S.A. e nulla sembrava compromettere il successo. Un solo particolare preoccupava Leonard e diminuiva leggermente le probabilità di riuscita dell'esperimento: secondo i calcoli la sonda avrebbe toccato il suolo di Marte con un 23 decimi di secondo di ritardo rispetto al previsto. Questo avrebbe portato ad un disallineamento dello spazio previsto nel tempo. In pratica il prezioso terreno sarebbe comparso a 1994 metri di altezza sulla città di Baddertown, rendendo vana ogni possibilità di recupero. Per ovviare a ciò, Leonard aveva riprogrammato il macchinario, fornendo al carico un punto di appoggio tra le giuste rotte spazio temporali. Era una manovra rischiosa, ma le probabilità, che il punto di appoggio nello spazio sarebbe stato occupato da qualche altra cosa, erano talmente basse che lo spinsero a provare ugualmente. Così non restava altro che attendere il momento in cui sarebbe entrato in funzione il congegno. Già immaginava le congratulazioni degli altri studiosi, il Baddertimes, il giornale universitario, interamente dedicato al lui, articoli su tutti i giornali del paese, e poi richieste di collaborazione a progetti di importanza mondiale, trattati, libri, convegni ed ogni più varia forma di riconoscimento. Ma, proprio mentre la sua mente volava sopra lidi fantastici, la sveglia dell'orologio lo avvertì che mancavano pochi secondi all'arrivo del carico marziano. Si alzò di scatto dalla scrivania, diretto al suo laboratorio, saltando il fiume di carta scritta gettata in continuazione sul pavimento dalle stampanti. Si lasciò chiudere la porta alle spalle e restò a guardare proprio mentre all'interno del contenitore si stava sviluppando un piccolo vortice di luce bianca. D'improvviso il vecchio maestro ebbe un altro sussulto nel letto. Il medico gli iniettò una sostanza eccitante, ma sicuramente non sarebbe stata sufficiente a fargli passare la crisi. Poi, rivolto ai presenti, fece loro cenno che non c'erano speranze: era giunto il momento. La dottoressa si voltò a guardare attraverso la vetrata e accusò una fitta all'addome ripensando a quei maledetti invasori che per anni avevano tormentato i sonni del padre Aben. Ma non poteva far altro che piangere lacrime inutili di rassegnazione. Il maestro mosse di scatto la testa, quasi fosse un istinto incontrollabile, forse stava sognando ancora del suo incubo o forse la sua mente ed il suo corpo erano divenuti totalmente schiavi della malattia. Sentì avvicinarsi una voce potente come il galoppo dei cavalli di una carrozza, ebbe l'impressione di essere tornato ragazzo. - Aben, vedi quella luce lassù in cielo?... Di giorno in giorno si fa sempre più luminosa. Che stella è?...-, disse sussurrandogli nell'orecchio Aid, sua moglie. Era pieno inverno, faceva molto freddo, e Aben era talmente felice di essere accanto ad un individuo così raggiante che nulla poteva distrarlo. Solo qualche mese dopo, quando fu convocato d'urgenza dal consiglio degli anziani, gli tornarono in mente quelle parole, - Che stella è?...-. Gli fu ordinato di aprire un'inchiesta proprio su quella luce, e di portare dei risultati il più presto possibile. Passò delle giornate a torturarsi il cervello, ma la tecnologia a sua disposizione non era sufficiente a determinare con precisione cosa fosse in realtà quel bagliore nel bel mezzo del rosso del cielo. A nulla serviva la sua preparazione quinquennale e la fama di più grande scienziato mai esistito lo mortificava ulteriormente. Quando il bagliore sembrò deviare dalla sua rotta per dirigersi lontano, Aben suppose che poteva essere una semplice cometa errante che, per un curioso effetto ottico, aveva puntato per mesi verso di loro. Ma dovette ricredersi poco tempo dopo, quando la luce cambiò colore a contatto dell'atmosfera e si distinse benissimo che non si trattava affatto di un meteorite. Nelle ore seguenti, in cui l'enorme oggetto sconosciuto scese verso il suolo, fu tentato un calcolo approssimativo della zona d'impatto. La popolazione reagì abbastanza bene all'imprevisto, grazie ai continui appelli alla calma. Nonostante ciò alcuni fomentatori del caos colsero l'occasione per incitare le masse a porsi giudizio di propria mano, prima che la “macchina dell'apocalisse” avesse negato loro il diritto di farlo. Aben, appoggiato completamente dal consiglio degli anziani, ipotizzò con un'alta probabilità la regione che avrebbe accusato maggiormente il contatto e si prodigò affinché venisse messa in salvo più gente possibile. Gli appelli furono ripetuti dagli altoparlanti piazzati nei punti più alti delle città fino alla disperazione. Dopo le prime reazioni di panico, ad un solo giorno dall'atterraggio della cosa aliena, tutti o quasi erano in salvo. Secondo una stima approssimativa anche più della percentuale ipotizzata dai calcolatori. Il consiglio degli anziani insignì Aben della carica di Naben in segno di riconoscimento, un'onorificenza di grande valore che segnava una svolta nella storia. Così, dopo momenti di tensione spasmodica, in un calmo giorno d'estate la “macchina dell'apocalisse” si poggiò su parte della città più grande dell'intero pianeta. Ci fu un grosso spostamento d'aria, dovuto alle bocche di fuoco, e le scosse telluriche fecero saltare gli strumenti sismici oltre a provocare danni di proporzioni incalcolabili. Molte gallerie furono completamente distrutte, stessa sorte per strade e abitazioni, anche le più resistenti. L'impianto che forniva il sostentamento per la maggior parte della regione si arrestò per diverse ore ed i tecnici furono costretti ad uscire allo scoperto per riparare quanto possibile. Qualche ora dopo l'impatto una seconda macchina, di dimensioni contenute, si staccò dalla principale e cominciò a muoversi. Furono schiacciati centinaia di innocenti e nessuno riuscì ad opporre la minima resistenza. Intanto dalle montagne, dove aveva trovato sistemazione la maggior parte della popolazione, gli studiosi e i curiosi non perdevano d'occhio gli spostamenti degli invasori. Aben stesso osservandoli tentava di capire quale genere di essere diabolico fosse in grado di possedere un livello di tecnologia così elevato. Quando la piccola macchina distruttrice ebbe concluso la sua ricognizione qualche scellerato fu in grado di documentare la cronaca da vicino e fu allora che si fecero delle scoperte sconcertanti. Sulla superficie della macchina erano incisi dei simboli che gli esperti decifrarono senza difficoltà: gli invasori provenivano dal Terzocielo. Questa scoperta scosse l'opinione pubblica e rimise in discussione molte delle teorie ormai parte integrante dell'inconscio collettivo. In breve tempo i fantasmi di antiche credenze popolari uscirono dalla nebbia terrorizzando i più deboli e gli ignoranti. La leggenda di un mitico popolo di cacciatori cacciati dal loro stesso pianeta e scaraventati nel vuoto assoluto dello spazio lasciandosi alle spalle la promessa di una vendetta spietata, sembrava essere divenuta storia documentata. Dunque non c'erano molte alternative: combattere gli invasori o morire per mano loro. Ma qualcuno non fu d'accordo, delle menti aperte a nuove esperienze si convinsero di poter fare amicizia. Tra le tante anche la giovane Aid. Dopo ore interminabili di riunioni snervanti venne estratto a sorte il rappresentante incaricato di intraprendere il colloquio con la forza nemica. Con grande dispiacere di Aben fu scelta Aid. Le discussioni non furono sufficienti a farle cambiare idea. Aben e la piccina Andle la videro allontanarsi tra le macerie della città con passo intimorito. Aid si avvicinò con molta cautela alla struttura gigantesca che le dava l'impressione di sfiorare il cielo. Con i suoi strumenti di ricerca portatili registrò una forte attività elettromagnetica all'interno, tentò un primo contatto colpendo l'esterno della gigantesca nave spaziale con una pietra. Ne percorse il perimetro per buona parte, ma non trovò ingressi o varchi di qualsiasi genere. Dopo circa un'ora di completa assenza di risposte si decise a tornare indietro. Avvertì Aben via radio, ma prima che potesse terminare la conversazione qualcosa non andò come previsto. Un oggetto di forma circolare e piatto si staccò dalla “macchina dell'apocalisse” e precipitò sul suolo proprio sulla verticale di Aid. Aben vide tutto dal binocolo, si sentì mancare la terra sotto i piedi e corse più in fretta che poté verso il luogo dell'incidente. Aid restò impietrita dalla paura. Il disco si fermò poco sopra di lei. Ma, un attimo prima che Aben potesse raggiungerla, Aid scomparve nel nulla. Furono inutili le urla di rabbia ed il pianto disperato di Aben che da allora cominciò a sentire il rimorso di non averle impedito di fare quella sciocchezza. Cadde in terra svenuto quando si accorse che le braccia e le gambe di Aid erano ancora davanti ai suoi occhi e si agitavano senza coordinazione tra le fiamme. Quando il piccolo vortice di luce bianca smise di agitare gli atomi all'interno del contenitore, Leonard si precipitò a raccogliere il carico. - Vuoto?! - Richiamò i dati sul video del computer ma dai risultati sembrava che fosse andato tutto come previsto. Allora prese l'involucro di plexiglas e lo portò sotto un particolare visore. Attivò un'opzione di ricerca generale e venne a scoprire che all'interno del contenitore c'era solamente un'innocua formica. Le gambe gli cedettero e la sedia attutì la sua caduta. Per qualche minuto restò senza pensare, poi con lo squillo del telefono si destò dal torpore. Controllò rapidamente il macchinario e si mortificò verbalmente quando si rese conto di non aver controllato la totale presenza di vuoto nel contenitore. - Pronto D.I.S.T. - - Ciao Leonard ... Come va? - - Ciao Diana ... Un altro giorno da dimenticare! -. Dileguato quest'ultimo ricordo, il vecchio Maestro Aben Naben esalò l'ultimo respiro, mentre il tramonto di Nova Madre segnava la fine di un giorno memorabile e l'alba di una nuova Era. IV. IL NON-GIORNO - Non ci posso credere! -, esclamò Stephen B., mentre visionava l'armadio nella sala dei ricercatori. - Ne stai preparando un'altra delle tue...-, disse accennando un sorriso. Leonard Woolers afferrò degli appunti sulla scrivania e, porgendoli all'amico, rispose. - Questa sento che sarà la volta buona. -. Almeno lo sperava. Erano anni che aspettava un completo successo, non gli bastava esservisi avvicinato molto, voleva riuscire. Ormai era divenuta quasi un'ossessione. Fin dai tempi delle superiori si era interessato a quelle attività scientifiche legate alle leggi che regolano il trascorrere del tempo ed aveva raggiunto una certa soddisfazione entrando come ricercatore nel gruppo di studio del professor Saviour Monk al D.I.S.T. della Baddertown University. In tutto questo tempo aveva sviluppato delle vecchie teorie enunciate alla fine degli anni sessanta dallo studioso americano Robert Z. Gales. Dopo diversi esperimenti era riuscito a dimostrare almeno in parte alcune affermazioni di Gales ritenute quasi assurde. Partendo da questi parziali successi stava preparando anche delle teorie personali che lo avrebbero fatto notare in tutto il campo scientifico e magari anche oltre. In questa occasione si stava occupando di “dimensioni nel tempo” e sperava con un semplice esperimento di qualche minuto di confermare la sua ricerca. Aveva basato i suoi calcoli tenendo presente l'articolo di Gales sulle tempo-dimensioni uscito sulla rivista “Ai Confini della Scienza” del marzo del sessantotto. - Il tempo è un concetto inventato dall'uomo. E' nato per necessità, quando si è sentito il bisogno di avere dei punti di riferimento abbastanza precisi. E' naturale per noi distinguere tra il giorno e la notte, osservare le fasi della luna e guardare le stelle muoversi in cielo. Ma è proprio tutto questo movimento che ci costringe ad associare un'unità temporale a qualsiasi tipo di moto. Dunque il tempo è una conseguenza del movimento dell'universo. Il tempo esiste perché esiste movimento nello spazio. Così fin dagli albori, con i primi spostamenti delle particelle subatomiche il tempo ha ragione di esistere e di trascorrere. Tutto questo è storia. Il susseguirsi degli avvenimenti viene identificato come storia. Perciò la storia può essere considerata come la registrazione degli spostamenti e delle trasformazioni della materia nell'arco di tempo delimitato dall'inizio degli eventi sino al momento attuale. Ma se fosse veramente una registrazione dovremmo essere in grado di mandarla avanti e indietro a nostro piacimento. Però, esaminando il fenomeno dal nostro punto di vista non sarebbe possibile vedere la storia futura, perché ancora non esiste. Potremmo esclusivamente ripercorre il passato. E a questo punto diviene d'obbligo una domanda di etica: quanto sarebbe corretto ripercorrere la storia passata, magari avendo la sconsiderata incoscienza di agire sistematicamente su alcuni eventi influenti per determinare un cambiamento pilotato della storia? Non è possibile rispondere correttamente. Le parti in causa potrebbero fornire soddisfacenti motivi per una risposta affermativa o negativa. Comunque gli uomini di scienza hanno un concetto particolare dell'etica e molto facilmente tenterebbero un simile esperimento. Dunque potendo modificare il passato si creerebbe un presente alternativo lasciando comunque il futuro ancora del tutto da definire. A questo punto ci sarebbe una biforcazione sulla linea immaginaria base. Le casistiche in cui si incorrerebbe potrebbero delimitarsi a due. Il tempo da cui ci si è discostati potrebbe svanire in mancanza dell'evento passato che lo ha generato, oppure potrebbe continuare per conto suo parallelamente all'altro. Prendendo in considerazione quest'ultima ipotesi si potrebbe giustificare la presenza di dimensioni reali alternative alla presente in grado di proseguire su di una propria linea di sviluppo. Definita così l'esistenza di molteplici “tempodimensioni” avremmo la possibilità di passare da una ad un'altra generando un particolare evento. Saremmo in grado di tornare alla dimensione precedente conoscendone le sue caratteristiche. Generalizzando è possibile affermare che esistono infinite tempodimensioni generate da un qualsiasi comportamento alternativo della materia. Inoltre si può definire un sottogruppo di tempodimensioni generato dalla capacità di influenza dell'evento sulla dimensione base. In conclusione per poter viaggiare liberamente nel passato si deve sviluppare un evento non influente ai fini storici ma fondamentale per il tempo.-. Di certo le parole di Gales non erano facili da comprendere, ma Leonard aveva una particolare predisposizione per la materia che lo guidava attraverso le difficoltà. - Che state guardando? -, chiese San Der Vant mentre sistemava la scrivania. - Leonard mi sta illustrando il macchinario del suo prossimo esperimento.-, rispose Stephen B. Leonard non batté ciglio e continuò a mostrare l'attrezzatura ad entrambi. Non era una cosa complicata, anzi sembrava più semplice di quanto non lo fosse. Il tutto era formato da poche parti alloggiate nell'armadio. All'interno, completamente privo di scaffali, vi erano sistemate due serie di lampade concentriche di forma circolare coperte da particolari pannelli catarifrangenti. Una posta sulla base ed una sul soffitto del mobile. Tutte le luci erano collegate con i cavi ad un'interfaccia posteriore del computer di Leonard. Mentre iniziava la spiegazione fecero ingresso nella sala Lewiz e Stephen G. senza farsi notare si misero ad ascoltare. - ...Tenterò di passare da una tempodimensione ad un'altra. Starò via per pochi minuti, giusto il tempo di acquistare un giornale o prendere qualsiasi altra cosa che testimoni la mia presenza in un tempo alternativo. Per far ciò mi sono basato sulle teorie di Gales che affermano che generando una mutazione sul tempo mediante un evento non influente sulla storia si riesce a saltare in una differente tempodimensione. Nella mia ricerca non ho vagliato tutti i possibili eventi in grado di verificarsi per l'occasione, ma ho tentato di svilupparne uno con cui ho avuto già esperienza, cioè “la distorsione dello spazio”. Per fare ciò ho costruito questa sorta di acceleratore fotonico in grado di modificare l'inclinazione dello spazio una volta raggiunto un intorno trascurabile della velocità della luce. I fotoni saranno lanciati dalla piattaforma superiore e assorbiti da quella inferiore fino a raggiungere la velocità desiderata. Nell'istante in cui lo spazio si curverà fin quasi a bucarsi, sarò trasportato in una tempodimensione alternativa simile alla nostra, questo per far si che la realtà in cui comparirò non si discosti eccessivamente da quella da me conosciuta. Ho utilizzato l'armadio perché avevo bisogno della minore dispersione di luce possibile. Sono riuscito ad ottenere ciò verniciandolo all'interno con della scotchlite, una sostanza altamente riflettente.-. I ricercatori restarono senza parole. Non avrebbero sollevato alcuna contrarietà se non ci fosse stata la probabilità di restare nella dimensione sbagliata o addirittura di essere schiacciato dall'acceleratore fotonico. Ma la determinazione di Leonard era più forte di qualsiasi discorso di sicurezza. Così, fatti gli ultimi controlli, rassicurò i colleghi e si infilò nell'armadio come se stesse entrando nella doccia di casa sua. Il computer era in funzione e, al termine del conto alla rovescia di soli dieci secondi, attivò il macchinario. Si avvertì un forte sibilo, poi un grosso boato e del fumo cominciò ad uscire dalle fessure dell'armadio. Poco dopo la porta venne fatta scorrere dall'interno e ne uscì Leonard. Era infreddolito e tremolante. Quello che sembrava fumo si rivelò essere anidride carbonica che si separava dallo strato finissimo di ghiaccio che aveva su tutto il corpo. San Der Vant lo coprì con una coperta e lo fece accomodare. Qualche secondo dopo entrarono nella sala Francis e Lorense, che erano nella stanza accanto, poi anche Albert e Paul-Bernard, che stavano consultando dei libri nella piccola biblioteca interna del D.I.S.T. Tutti però erano stati attirati dal forte boato. I ricercatori presenti spiegarono l'accaduto a quelli assenti e, dopo una girandola di rimproveri e di accuse, San Der Vant chiese incuriosito -Allora ci sei stato?-. Leonard ci pensò un momento, poi rispose confusamente che non riusciva a ricordare. Vennero controllati i dati del computer ma tutto aveva funzionato alla perfezione. - Non ricordo! -, continuava a ripetere Leonard. Poteva trattarsi di un'amnesia momentanea, ma c'era una buona possibilità che l'esperimento fosse fallito. Leonard non voleva crederci ma non riusciva a pensare ad altro. Stephen G. e Paul-Bernard si congedarono dal gruppo, il primo aveva un impegno alla El Aguila University nel New Mexico e l'altro si faceva dare un passaggio fino alla stazione dei treni. Con loro uscirono dalla stanza anche altri. San Der Vant tornò alla sua scrivania mentre Stephen B. cominciò a svagarsi con un videogame. Leonard non poteva credere di aver fallito completamente. Quasi non voleva credere di aver fallito un'ennesima volta. Nella sua mente continuava a chiedersi il motivo, la ragione, cosa non fosse andato questa volta. Doveva trovare una spiegazione esauriente prima di crollare in uno stato di sconforto. In pochi istanti già si sentiva perso, sconfitto e abbandonato. Aveva un tremendo bisogno di qualcuno che lo facesse ragionare e così lasciò scivolare la mano sulla cornetta del telefono e compose il numero dell'ufficio di sua moglie Diana. All'improvviso entrò nella stanza Lorense chiedendo di Paul- Bernard. Dopo aver saputo della loro uscita dal dipartimento restò alquanto meravigliato per non averlo visto passare davanti alla finestra della sua stanza, ma nel tentativo di raggiungerlo si precipitò ugualmente verso le scale secondarie. Intanto, dato che al telefono non rispondeva nessuno, Leonard lasciò la cornetta a San Der Vant che aveva bisogno di chiamare John al laboratorio secondario del D.I.S.T. ma anche questa volta non rispose nessuno. Tornato sui suoi passi Lorense si fermò a fissare una bacheca in corridoio, catturato da un avviso importante. Dopo l'ultimo tentativo di chiamare il professore al Laboratoire d'Automatique de Grenoble in Francia, appurato che il telefono era isolato, si creò una allarme generale che fece radunare tutti nel corridoio. Lewiz imputò la causa del guasto all'esperimento di Leonard ma dovette ricredersi quasi subito. Restarono tutti allibiti quando Lorense, ripresa la corsa nel tentativo di raggiungere Stephen G. e Paul-Bernard si precipitò attraverso l'uscita di sicurezza e scomparve nel nulla lasciandosi dietro una scia di luce nera. Quasi contemporaneamente si sentì un urlo raggelante provenire dalla stanza del professor Monk. Quando entrarono a vedere lo schock li lasciò senza parole. Albert giaceva sul pavimento senza l'avambraccio destro. In terra non c'era sangue ed anche sul braccio non ve n'erano tracce. All'altezza del gomito si vedeva una macchia scura sulla sezione dell'arto. Poteva essere un effetto ottico, ma il buco nella carne sembrava avere una profondità abissale. Non rifletteva la luce e lentamente mangiava pelle, muscoli ed ossa. Le urla di Albert terminarono un attimo prima che perdesse i sensi. - Cosa sta succedendo? -, chiese Francis con un filo di voce. - Cos'è successo? Sarebbe il caso di chiedersi.-, disse Lewiz. Poi Leonard aggiunse -L'esperimento non è del tutto fallito. Questo è il risultato... Ma cos'è questo!-. Si guardarono negli occhi e non proferirono parola. Attraverso le finestre si vedeva la solita vita universitaria, eppure nessuno pensava di uscire dopo quello che era accaduto. Nei locali del dipartimento erano rimasti in cinque, ricercatori e studiosi della materia, eppure non riuscivano a dare una spiegazione plausibile a quanto stava accadendo. - Ho sete! - disse Francis con un'espressione alquanto preoccupata. - L'acqua del bagno è potabile.-, ribatté Lewiz. San Der Vant intanto si toccava l'orologio da polso. Qualche secondo più tardi Francis ripeté -Ho sete e non c'è acqua in bagno!-. Stephen B. allora andò a controllare nell'altra stanza. Intanto Leonard armeggiava intorno al computer che non dava più alcun segnale. In breve tempo si accorsero di essere isolati, senza cibo e acqua. Allora San Der Vant, mantenendo sempre la calma, chiese l'ora. - E' una cosa importante... Che ore sono? -. Nessuno diede l'ora esatta, tutti risposero che era quasi mezzogiorno. Ma San Der Vant fece notare che stava calando la sera, tutte le lancette si erano bloccate al momento dell'esperimento. - Guardate! -, esclamò Leonard mentre infilava un foglio in una fessura sottile della finestra. La carta si disintegrava mentre usciva all'esterno. - Che significa? -, urlò Francis. Leonard ci pensò qualche minuto mentre gli altri stavano in silenzio. - Forse l'esperimento ha funzionato. Ma non è stato sufficiente il tempo di esposizione al fascio fotonico. Così, invece di passare da una tempodimensione ad un'altra, ci siamo fermati in mezzo, ma in mezzo non c'è nulla e quello che circonda le pareti del dipartimento è una dimensione che non esiste: “il Non-Tempo”. Cioè una realtà dove non scorre più il tempo, dunque non c'è movimento della materia ed è per questo che le cose svaniscono, perché non c'è più motivo di esistere. E' come una goccia d'acqua in un bicchiere di olio. All'inizio galleggia, poi affonda per poggiarsi sul fondo. Credo che tra breve saremo assorbiti dal non-tempo.-. Francis cominciò a farfugliare frasi incomprensibili e senza senso, poi gridando disperato si gettò fuori dalla finestra. Non servì a nulla il tentativo di Stephen B. di arrestare la sua corsa verso la morte, fu scansato come un fuscello al vento. Restavano in quattro e nessuno aveva idee o almeno le circostanze impedivano di averne. Il non-tempo in un certo senso passava, la luce del giorno era sempre meno e le candele erano l'unica fonte di illuminazione. Quando tornarono nella stanza del professore per cercare qualcosa di utile si accorsero che tutto quello che restava di Albert erano poche frattaglie, mezzo volto ed una gamba. Dunque il non-tempo procedeva nella sua corsa verso la nullità assoluta. Dalle finestre non si distingueva più l'esterno. Poteva essere notte fonda, ma poteva anche non esistere più niente da vedere. Si raccolsero nel laboratorio principale per fare il punto sulla situazione e convennero che una soluzione, per quanto assurda, poteva esserci. -...L'unica cosa sensata da fare è ritentare il passaggio nella tempodimensione di partenza...-. San Der Vant e Lewiz avevano rimesso in funzione un vecchio compressore a benzina, mentre Leonard e Stephen B. avevano assemblato una specie di alternatore azionato dalla ventola del ventilatore. Quando ormai il non-tempo si era assorbito la parete della sala, riuscirono ad avere la corrente. Il compressore gettava aria sulle pale dell'elica del ventilatore che girando azionava l'alternatore in grado di fornire sufficiente energia ad attivare le lampade nell'armadio. - Non abbiano abbastanza energia per connettere il computer -, disse quasi scoraggiato Stephen B.. Per un attimo si sentirono spacciati. Poi Leonard si ricordò della batteria carica che conservava in un cassetto e in breve tempo furono pronti a ripetere l'esperimento. Dopo il breve conto alla rovescia si sentì il solito boato. La porta dell'armadio si aprì dall'interno ed uscì barcollando Leonard. Era coperto di ghiaccio ed aveva le lenti degli occhiali spaccate. San Der Vant lo coprì con una coperta mentre Stephen B. gli portò un caffè caldo. Leonard si guardò intorno, con fatica mise a fuoco i volti dei compagni: San Der Vant, Stephen B. e Lewiz. Dopo chiese -...E gli altri?...-. Non capirono subito a cosa si riferisse, poi Lewiz rispose che il professore era ancora in Francia, John nell'altro laboratorio e Rita preparava i testi degli esami nell'altra stanza. Leonard restò alquanto perplesso dalla risposta, allora aggiunse -...Volevo sapere dove sono Stephen G., Albert, Paul- Bernard, Francis e Lorense?... Erano qui prima dell'esperimento!...-. San Der Vant si guardò dubbioso con gli altri due, poi lo afferrò per il polso per sentire i battiti e chiese a Stephen B. di prendere il termometro nella sua scrivania. Intanto Lewiz aveva aperto la finestra nonostante le ammonizioni di Leonard. Dopo averlo trovato in buona salute si fecero raccontare gli avvenimenti in cui era incappato nell'altra tempodimensione. Alla fine della storia erano tutti meravigliati. San Der Vant prese un libro, lo aprì in una pagina ben precisa ed indicando la foto accanto ad una breve biografia chiese se riconoscesse l'individuo. Ebbene quello era Stephen G., professore alla El Aguila University. Stephen B. di ritorno dall'altra stanza mostrò una foto in cui Leonard riconobbe Paul-Bernard, ma il ricercatore francese non era più con loro da molto tempo, aveva preferito intraprendere la carriera militare. Degli altri non si sapeva nulla. Allora Leonard si rese conto di non essere giunto nella sua tempodimensione, ma in una realtà alternativa molto vicina a quella di partenza. Quasi preso dal panico e soffocato dai pensieri di terrore, si fece passare il telefono e chiamò casa. - Pronto casa Woolers. - - Ciao Diana non ti immagini quanto sono felice di sentirti.- Leonard tirò un sospiro di sollievo. - Ciao caro, non ti avevo riconosciuto, stavo per chiamarti... Allora vuole quello blu, non quello rosso.- L'espressione di Leonard si accigliò. - Non capisco a cosa ti riferisca. Comunque vengo subito a casa. Ho bisogno di vederti e di raccontarti quello che mi è accaduto oggi.- Diana si schiarì la voce. - D'accordo, ma non dire che ti sei dimenticato il regalo di compleanno di tua figlia Aura. Sbrigati così andiamo insieme al negozio.- Leonard restò a fissare la parete mezza vuota. Non sapeva a cosa pensare e non riusciva a capacitarsi di come era potuta accadere una cosa simile. Stephen B. prese le sue cose e salutò tutti. - Ti consiglio di andare a casa Leonard... Lo diceva il tuo oroscopo che non era una giornata favorevole, ma per il futuro si prospettano grandi cose.- V. IL GIORNO PASSATO NEL FUTURO Leonard uscì di casa come se lo stesse facendo per l'ultima volta. Senza farsi notare da Diana, convinse Aura a mettersi in posa sul letto, tra i suoi pupazzi di peluche, per scattarle una foto con la polaroid. Poi le sussurrò di non dire nulla alla mamma, le avrebbe fatto una sorpresa. L'accompagnò in cucina per la colazione e le diede un bacio affettuoso sulla fronte. Camminò furtivo sino al computer, digitò pochi tasti e registrò i suoi appunti personali. Poco prima di uscire incontrò Diana nel corridoio, l'abbracciò con passione e riuscì a farle scordare di essere in ritardo. Si guardò un'ultima volta alle spalle ed uscì di casa. Come tutte o quasi le mattine degli anni precedenti, da quelli universitari a quelli di ricerca, percorse la solita strada con il motorino per arrivare al complesso edilizio che ospitava la Baddertown University. Percorse con calma la distanza tra il parcheggio e il palazzo del D.I.S.T. concentrandosi sul ritmo dei suoi stessi passi. Venne salutato da John che andava all'altro laboratorio, ma non se ne accorse, era troppo occupato ad organizzarsi gli spostamenti delle ore successive. Dall'ultimo esperimento era trascorso poco tempo, ma era già tutto pronto per fare un nuovo tentativo. Gli studi degli ultimi mesi, a differenza dei precedenti, non si basavano su teorie o concetti espressi dallo scienziato Robert Z. Gales durante la sua vita, ma erano una conseguenza di scoperte personali che a suo parere avrebbero rivoluzionato alcune delle più salde concezioni nel campo delle indagini spazio temporali. Per non lasciare niente al caso aveva inciso qualsiasi riflessione inerente l'esperimento su nastri magnetici che ascoltava ogni volta che la mente si affollava di pensieri scuri e di incertezze. - Il tempo è una dimensione come lo spazio. Se si è in grado di muoversi attraverso lo spazio, deve essere possibile farlo anche attraverso il tempo. Ma per potersi muovere nel tempo bisogna annientare le dimensioni spaziali. Questo è possibile solo in teoria, dato che sarebbe necessario raggiungere un intorno infinitamente piccolo della velocità della luce. Ma sappiamo che non abbiamo macchine con propulsori capaci di spingersi sino a quella velocità. Siamo però consapevoli che tuttora si possono accelerare particelle subatomiche sin quasi a raggiungere la suddetta velocità. Dunque uno spostamento nel tempo è possibile almeno a livello subatomico. Ma non si può scomporre un soggetto in particelle, deve essere il soggetto stesso ad emanarle. Per ottenere un simile risultato bisogna alterare la radioattività del soggetto. Ma se il soggetto fosse umano, questi non resterebbe vivo al trattamento.-. L'idea di Leonard era quella di fare un tentativo sfruttando il B.U.P.A. (Baddertown Underground Particles Accelerator) l'acceleratore di particelle costruito sotto l'università. Aveva costruito, seguendo i suoi ragionamenti, un macchinario che doveva aggiungersi al più grande meccanismo sotterraneo. Questo congegno aveva l'aspetto di un mirino laser e gli avrebbe permesso di smolecolarizzarsi senza bruciarsi per le radiazioni. Diversi esperimenti con esito positivo avevano dimostrato il perfetto funzionamento su oggetti e piccoli esseri viventi. Ma le prove con le rane non potevano stabilire se ci sarebbero state ripercussioni sulla materia cerebrale. A Leonard questo non importava affatto. Fare un salto nel futuro era il suo unico desiderio. Era un'idea che cullava fin da bambino ed era stata forse la ragione che lo aveva spinto ad intraprendere un certo tipo di studi. Ormai era consapevole che una riuscita totale dell'esperimento era difficile da ottenere, perciò si era rassegnato alla possibilità di non rivedere il mondo così come lo conosceva. Ma se tutto fosse andato per il verso giusto avrebbe portato indietro dal futuro delle conoscenze e delle informazioni talmente importanti da scatenare una rivoluzione in ogni campo del sapere. Non aveva detto niente ai suoi colleghi ricercatori perché temeva che qualcuno avrebbe potuto farlo ragionare o peggio avrebbe potuto impedirgli di agire. Per guadagnare tempo aveva detto loro che sarebbe partito con la famiglia per una vacanza, mentre a casa sapevano che andava ad un convegno di lavoro alla The Wisdoom University nel Massachussetts. Aveva calcolato tutto. Persino che l'acceleratore di particelle sarebbe stato fermo quella settimana per una revisione generale. Ed in particolare quella mattina non ci sarebbe stato proprio nessuno nei locali sotterranei per uno sciopero di tutto il personale. Leonard attraversò i corridoi e le scale del D.I.S.T. con un carrello e la sua attrezzatura ricoperta da un telo. Nessuno gli chiese nulla. Era normale vederlo trafficare e trasferire macchinari, anche ingombranti, da un laboratorio all'altro. Scese dall'ascensore al quinto livello sotterraneo, senza che nessuno incrociasse il suo sguardo. Passò nella stanza dei bottoni, accese l'interruttore generale e lasciò un trasmettitore collegato con la consolle. Salì su di una piccola automobile, come quella che si usa per il golf, e si avviò per il tunnel sotterraneo. Raggiunta quasi la metà dell'anello sincrotronico arrestò il mezzo e posizionò il macchinario. Quando il fascio di luce fu tarato sulla giusta frequenza sentì squillare il telefono in fondo al cunicolo. Ci pensò qualche secondo, poi si mise tra il laser e il sincrotrone. Con il comando a distanza, collegato al suo computer portatile, azionò l'acceleratore. Quando mancavano pochi secondi all'attivazione della procedure di salto nel tempo, Leonard appoggiò la mano accanto ad un portello poco più piccolo di un pollice. Ci fu una scintilla sulla parete esterna dell'anello, appena percepibile dall'occhio umano, ed improvvisamente Leonard venne proiettato dentro. In quei pochi istanti che passò nel ciclotrone, prima di raggiungere la velocità corretta, ebbe l'impressione di essere stirato all'infinito, poi compresso fino a scomparire ed infine colato lentamente in uno stampo. Quando rinvenne aveva un forte mal di testa ma era ancora vivo. Toccandosi il viso si accorse di avere la barba cresciuta di qualche millimetro e di aver perso qualche chilo, ma non si preoccupò più di tanto. Li considerò effetti collaterali non influenti. Si diede una rapida occhiata in giro e si meravigliò nel constatare che non era cambiato assolutamente nulla. Persino la piccola automobile che aveva lasciato nel tunnel era al suo posto ad aspettarlo. Allora ebbe il terrore di aver commesso uno sbaglio. Qualche segno nelle equazioni dei sistemi di controllo dei fenomeni aveva invertito l'effetto. Invece di muoversi nel tempo era stato il tempo a muoversi su se stesso. Quando giunse alla sala controllo e vide che il calendario segnava lo stesso identico giorno della sua presunta partenza, si sentì mancare, ma non si rassegnò. Doveva esserne certo, non poteva aver fallito ancora una volta, non avrebbe resistito e lo sconforto gli avrebbe fatto compiere qualche azione irreparabile. All'improvviso si spense l'alimentazione dell'acceleratore e anche le luci si spensero lentamente, lasciando solo i bagliori del sistema di sicurezza. Leonard chiamò l'ascensore e vi entrò proprio poco prima di rendersi bene conto dei sigilli strappati sulla porta principale. Poi però si accorse che sul pannello dell'ascensore c'erano due tasti che indicavano la presenza di due ulteriori piani sotterranei. Per un momento restò confuso, poi se ne fece una ragione e si convinse che vi erano sempre stati. Si fermò al piano terra, invece di andare al primo piano dove c'era il dipartimento, dato che aveva assoluto bisogno di prendere una boccata d'aria. Lentamente, mentre si avvicinava all'uscita della palazzina, notò, dietro alle ombre, dei particolari architettonici mai visti in precedenza, ma che gli erano famigliari. Giunto all'esterno fece due passi verso il parcheggio e si fermò davanti ad una bacheca per leggere la prima pagina del Baddertimes, il giornale universitario. -Blade Runner nello stato di New York. E' scattata la caccia al tagliatore di teste. Non agisce come uno psicopatico, non si sposta seguendo un piano e le suo vittime non sono dei comuni individui. Le autorità sostengono che presto cadrà nelle loro mani. Dopo che la sua particolare lama giapponese ha ferito il presidente la scorsa settimana, anche i federali sono sulle sue tracce.-. Leonard avrebbe continuato a leggere l'articolo, ma dopo l'ultima frase guardò la data del giornale e restò incantato: 20 Giugno 2039. Gli sembrò assurdo, ma aveva viaggiato finalmente nel tempo e lo aveva fatto per ben 45 lunghi anni. Allora si accorse del suo riflesso nel vetro della bacheca e si rammaricò di trovarsi invecchiato di qualche anno. Non ci aveva pensato, ma poteva essere un effetto collaterale non calcolato. Per esserne certo doveva sapere con esattezza cosa era successo. Così andò a documentarsi alla piccola biblioteca del dipartimento. Non c'era più nessuno dei suoi amici a ricordargli quei tempi, restava solo una targa alla memoria e un nome sullo stipite della porta della biblioteca, “MonkLibrary”. Sommerso da tutti quei libri si sentiva soddisfatto, era quello che sperava di ottenere: la conoscenza del futuro. Ma non era il momento. Con affanno trovò il raccoglitore del giornale universitario. Il volume che gli interessava era talmente rovinato che erano poche le speranze di trovare notizie chiare. Ma i titoli in prima pagina erano sufficienti. - Scomparso un ricercatore del D.I.S.T.- - La Commissione devia i fondi del Sincrotrone su altri progetti.- - Il Sincrotrone sigillato da oggi.- Dunque con poche ed essenziali frasi aveva capito quello che era avvenuto al quinto livello sotterraneo, adesso la sua curiosità si spostava all'esterno. Istintivamente si diresse verso il parcheggio. Sul viale si accostò ad un uomo anziano ben vestito che affiggeva un piccolo manifesto sulla parete del dipartimento. - Dibattito in aula 01223JA. Il Morbo di Sebastian. Ospite il dottor John Lookush della The Wisdoom University (Fatechance, Massachussetts).- Il vecchio lo notò e gli disse - Buon giorno straniero. Molto piacere, sono John Lookush. Le interessa il dibattito?-. Quando Leonard lo vide bene in viso riconobbe in quei tratti coperti dal tempo e dalla barba il suo amico ricercatore. Si rattristò e gli rispose - Non mancherò, sono un suo ammiratore.-. L'uomo ne fu contento e saluto con un sorriso il forestiero. Certo era sconcertante trovarsi davanti qualcuno dopo non averlo visto per mezzo secolo e riconoscerlo solo dopo averne sentito il nome, ma il meglio doveva ancora venire. Giunse alla piazza per prendere la metropolitana, come faceva quei giorni quando non veniva col motorino, ma si accorse che era chiusa. Si guardò intorno nella speranza di vedere un autobus o una fermata, ma non c'erano altro che piccole auto biposto con i vetri scuri. Allora decise di andare a piedi. Mentre attraversava la strada si spaventò vedendosi coprire da un'ombra enorme. Era il treno sopraelevato. Solo dopo esserci salito si rese conto che i vagoni viaggiavano su di una monorotaia sorretti da un campo elettromagnetico. Leonard sorrideva tra se e se, era talmente contento che gli sembrava di essere in un film di fantascienza di serie B. La città era molto cambiata: veri e propri templi di cemento a forma di tronco di piramide accompagnavano i vecchi palazzi sorretti da scheletri metallici, giardini a terrazze, strutture sopraelevate a ragnatela, pubblicità in movimento sulle facciate degli edifici e ovunque un gran movimento di persone, come fossero formiche. Sceso a pochi metri dalla sua abitazione pensò che poteva non trovare nessuno oppure spaventare la famiglia, ma quando riuscì a mettere a fuoco il nome Woolers sul campanello non esitò a suonare. Gli aprì la porta una ragazza sui vent'anni, di bell'aspetto che indossava un vestito da manager che sembrava ricavato da una tuta da sub. Leonard pensò subito ad Aura, poi, fatti due conti, credette di aver sbagliato e porse le scuse. La ragazza sorrise, aprì la porta e gli fece cenno di accomodarsi. - Dove vai nonno... Entra! Hai sempre voglia di scherzare.-. Poi gli scattò una fotografia con una macchinetta che aveva al polso. Leonard si passò una mano tra la barba e decise di entrare in casa. L'arredamento era completamente cambiato e il salone era divenuto ancora più grande con l'abbattimento delle pareti della cucina e dello studio. Praticamente era rimasto solo il bagno e la camera da letto, tutto il resto era salone. Leonard si accomodò sul divano che si mosse per sorreggerli la testa. Intanto la ragazza entrò in una specie di cucina ricavata al centro della sala e delimitata da mobili e pensili disposti in circolo. Gli portò un bicchiere colmo di un liquido scuro, dal sapore amaro e leggermente salato e gli chiese - Bevi la medicina! Come è andata la passeggiata all'università?...-. Leonard tentennò poi rispose che era stato un bel giro interessante. La ragazza lo fissò insistentemente. - Hai spuntato barba e capelli, vero? -. Leonard non sapeva cosa rispondere, mosse la testa in senso affermativo e camuffò l'espressione sperduta con un sorriso. - Dov'è Diana ? -, chiese dubbioso, preoccupandosi di non fare qualche passo falso. - Nonna è andata a fare spese, mamma è al lavoro con papà e il gatto è in camera sul letto.-, rispose cantilenando la ragazza, mentre sgranocchiava le patatine e guardava l'orologio. Leonard non sapeva come muoversi e quali domande fare. Non che non ne avesse, anzi, l'avrebbe sommersa se avesse potuto, ma non voleva spaventarla. - Piccola... Faresti la cortesia di portare l'album di famiglia a nonno. Oggi ha incontrato un amico che non vedeva da tanto di quel tempo che...-. La ragazza bloccò la mandibola poi con un espressione sorniona gli consegnò un cofanetto pieno di compact disk. Leonard aveva fatto il primo errore, allora tentò di rimediare mostrando di saper utilizzare il lettore video con disinvoltura. La ragazza guardò nuovamente l'ora e si allontanò per finire i compiti. Qualche minuto dopo Leonard riuscì ad attivare il dispositivo ma, avendo preso il CD sbagliato, scoprì solamente l'archivio dei giornali che già conosceva. Era la raccolta di tutti gli articoli che lo riguardavano. Tutte cose che già conosceva, meno le notizie nell'ultimo articolo. - Il dottor Leonard Woolers è stato ritrovato ieri dopo 45 giorni. I medici lo hanno trovano in ottimo stato, ma l'amnesia grave che lo ha colpito è irreversibile e lo costringerà ad abbandonare l'università...-. Per qualche secondo gli mancò il respiro, poi, accortosi che la sua mano tremava e le dita toccavano la tastiera involontariamente, chiamò aiuto. La ragazza accorse e lo fece stendere. Gli sentì la temperatura con la mano sulla fronte e il battito del polso. Lo fissò immobile e gli scattò una fotografia. - Ma che fai! -, esclamò Leonard che si sentiva sempre più lento e stanco. La ragazza, mentre collegava la macchina fotografica al computer, parlava della remota possibilità di aver contratto una malattia rara a causa dell'età avanzata. Con l'aiuto di un software sofisticato sovrappose le foto scattate a distanza di qualche minuto e gli sentenziò -Stai invecchiando rapidamente: hai contratto il Morbo di Sebastian.-. Leonard ebbe un sospetto, ma per confermarlo aveva bisogno di ottenere alcune informazioni dalla ragazza. - Quanti anni ho? - Alla risposta, che lo poneva tra gli ultraottantenni, cominciò a farsi un'idea degli effetti collaterali. - Cosa sono andato a fare all'università? -, seguitò Leonard, mentre sentiva le ossa affaticarsi sotto il peso del corpo. - Hai detto di avere un appuntamento nel sotterraneo dell'università... Non ricordavi con chi... Ma sapevi di dover andare!...-, rispose la ragazza ormai confusa, mentre gli mostrava un foglietto con la sua calligrafia e il luogo dell'appuntamento. Allora gli fu chiaro quello che era e che stava accadendo. Lo spostamento della sua persona era stato possibile grazie ad uno scambio con se stesso, che aveva permesso di lasciare inalterato l'equilibrio delle tempodimensioni. Inoltre qualcosa nel metabolismo non gli aveva permesso di mantenere l'aspetto fisico del passato, costringendolo ad assumere l'aspetto del futuro, anche se questo non aveva influenzato i processi mentali. - Sto bene... Sto bene...-, sussurrò alla ragazza carezzandole il viso preoccupato, -Ho solo avuto una piccola amnesia, alla mia età è normale.-. La ragazza si accertò che fosse passato l'allarme, poi si allontanò per chiamare al videotelefono un medico e lo studio di mamma e papà. Quando si voltò per rassicurare il nonno non vide nessuno. Le scale, la finestra e la strada erano vuote. Prese il casco e le chiavi della moto e si precipitò all'inseguimento. Qualche minuto dopo Leonard era all'università, cinque piani sottoterra, nel tunnel dell'acceleratore di particelle. Invertita la spinta del fascio molecolare, attivò lo stesso programma sul computer portatile. Quando vide il raggio laser non fece in tempo a pensarci su che venne subito proiettato nell'acceleratore. Quando aprì gli occhi e la mente, pensava di aver fatto la cosa migliore: trovarsi nel futuro invecchiato e senza mezzo secolo di ricordi ed esperienze non era proprio quello che sognava. Era contento di aver conosciuto sua nipote, ma gli dispiaceva averle messo paura. Salì sulla piccola automobile e tornò al centro di controllo del sincrotrone. Si appuntò su di un foglietto di carta che non sarebbe dovuto andare all'università la mattina del 20 Giugno del 2039. Poi, dopo aver sentito lo squillo del telefono moltiplicarsi con l'eco, si decise ad alzare la cornetta. - Buon giorno... Potrei parlare con il dottor Leonard Woolers, per favore... Mi hanno passato questo interno...- - Diana sono Leonard... Cosa è successo? - La donna si schiarì la voce, poi continuò il discorso. -...Puoi venire a casa. C'è un anziano uomo che ti somiglia e dice di essere, in un certo senso, tuo parente!...-. VI. IL GIORNO DELL'ULTIMO ESPERIMENTO - Ogni cosa a suo tempo. -, si sentiva ripetere Leonard nei meandri della mente, mentre saliva i gradini della scala del dipartimento. Era giusto che il destino navigasse per la sua rotta, eppure lui non si sentiva di appartenere a quell'epoca. Non sapeva che cosa fosse stato a portarlo prima alla follia, se la sua ossessione o l'affiorare di speranze, vecchi ricordi e sensazioni. Qualche volta Diana sbirciava nel buio della stanza, come un cucciolo preoccupato dei pensieri del padrone. Avrebbe voluto essere nella sua mente per essere accompagnata in un giro fantastico attraverso lidi meravigliosi. Leonard immaginava di risvegliarsi in un luogo al di là del tempo, in cui conoscenza e civiltà avessero raggiunto un tale livello da sorpassare di molto la fantasia degli scrittori più bravi e degli scienziati più preparati. Era ossessionato dal desiderio di fuggire in un luogo ed un tempo che forse non sarebbero mai esistiti. Ci aveva pensato molte volte al fatto che un futuro poteva anche non esserci, ma questo non gli importava, era pronto a pagarne il prezzo. Se così fosse stato, non avrebbe avuto più tanta importanza il desiderio di sentirsi appagato. Però delle volte pensava di andare da un dottore, uno psicologo, una di quelle persone senza cervello che ti tengono a chiacchierare per anni senza ottenere nulla ma che ti assicurano di essere guarito dopo che non hai più niente da raccontargli. Adesso era così confuso perché era uno di quei periodi tristi che lo separavano da un ennesimo tentativo di coronare il suo sogno e non c'era niente di più logorante dell'attesa. Quando si trovò una lettera sulla scrivania pensò ad uno scherzo dei colleghi, poi nel momento in cui riconobbe il sigillo della Wisdoom University si sedette senza togliersi la giacca. La osservò per lunghi interminabili minuti, in contemplazione. Il mittente era un nome a lui noto: Robert Z. Gales. Aprì la busta con il taglierino, separando in due anche la lettera all'interno. - Caro Leonard, spero che tu stia meglio di come mi sento io in queste ultime settimane. Non voglio allarmati ma è inutile nascondere la verità. Capisco che tu possa avercela con me per essere sparito tutti questi anni, ma non posso spiegarti, almeno per lettera. Da pochi giorni ho fatto ritorno alla mia amata università per terminare le ricerche su di un rivoluzionario modello di “Macchina del Tempo”. Ho assoluto bisogno della tua collaborazione, al momento non c'è nessuno più preparato e motivato di te. Attendo tue notizie e spero nella tua adesione al progetto.-. La lettera sembrava lasciargli delle possibilità di scelta, tra cui anche quella di tirarsi indietro. In realtà il suo contenuto non gli lasciava molte alternative. Qualche giorno dopo fu visto percorrere le strade sporche e fetide della metropoli di Fatechance nel Massachussetts. I palazzi del centro, vecchi di mezzo secolo, le davano un'aria antico aristocratica, ma la decadenza ormai aveva reso quell'aria irrespirabile. La città era sorta proprio durante gli anni della seconda grande guerra, nella speranza di dissuadere milioni di ragazzi a desistere dall'idea di aiutare la patria pensando a costruirsi un futuro migliore. Era forse per questo che l'università, con i suoi edifici ispirati al più classico stile europeo, voleva forse essere il simbolo ed un monumento, allo stesso tempo, di idee tra loro contrastanti e unite dall'implacabile destino. Le strade luride, i muri imbrattati e la giovane popolazione multirazziale, risentivano dei vari movimenti studenteschi che si erano abbattuti sulla cittadina come temporali invernali. Per molti era un posto meraviglioso da ricordare per sempre, per altri un luogo maledetto, responsabile delle loro sventure. Ma Fatechance non era altro che una scuola dove imparare a vivere e a sopravvivere. Leonard la conosceva bene. Era stato assistente all'università per quasi un anno e, quando i laboratori chiudevano le porte, la città spalancava le sue braccia a tanti vagabondi metropolitani. Non molto era cambiato, anzi proprio nulla. La via per il laboratorio di archeologia era zona riservata, ma questa volta aveva la parola magica per varcare tutte le soglie. - Robert Z. Gales... Bob! Sono contento di vederti.-, esclamò Leonard sorridendo. - Leonard Woolers... Leo! Benvenuto. Ti aspettavo prima.-, rispose lo studioso. Si strinsero la mano e si accomodarono nella sala posteriore. Gales lo fece accomodare accanto ad un tavolo coperto da un telo e, prima che Leonard interrogarlo, cominciò a raccontargli delle sue disavventure. - Dopo il fallimento dell'ultimo esperimento, che tolse la corrente a tutto lo stato per dodici ore, fui allontanato dall'università e mandato in giro per il mondo a tenere noiose conferenze. Mandavo cartoline e lettere. Fin quando in Italia, di passaggio per Roma, un ragazzo mi mise sulle tracce della verità. Dopo una delle solite discussioni mi costrinse a prendere con me una busta. Al suo interno vi era uno stupido racconto. Stavo per gettarlo, ma inspiegabilmente non lo feci. Era una favola. Ma era così assurda e nello stesso tempo ben scritta che mi sembrò improbabile che l'autore potesse essere una ragazzo qualunque. E ancora più strana era la ragione per cui aveva voluto che lo leggessi. Qualche lezione dopo lo incontrai di nuovo. Non era un iscritto alla facoltà, ma solamente il fratello di un laureato che a tempo perso seguiva qualche lezione. Feci qualsiasi cosa per parlarci, fino a seguirlo alla Biblioteca Nazionale. Il ragazzo era un discreto romanziere, ma mi confessò che le idee non erano tutte sue. Aveva rielaborato a modo suo i fatti raccontati ne “Il Libro dei Nomi”, che aveva letto un giorno alla biblioteca. Aveva trovato il volume aperto sulla scrivania e lo aveva sbirciato. Trovandolo affascinante aveva preso appunti e ne era venuto fuori quel racconto. Nei giorni seguenti feci di tutto per trovare una copia di quel testo, ma non c'era, pur esistendo nell'archivio. E questo valeva anche per le biblioteche di Lisbona, Madrid, Monaco e Parigi, dove feci ricerche. Era come se qualcuno mi precedesse per farlo sparire. Non credo che avrò più la possibilità di vederlo sugli scaffali. Comunque il ragazzo mi lasciò dare un'occhiata ai suoi appunti. Il risultato che ne ricavai fu quello di venire a conoscenza dell'esistenza di “Vasche di Deprivazione Sensoriale”. Mi resi conto che non si trattava di materiale scientifico ma di pseudomagia, eppure decisi di intraprendere delle ricerche serie. Mi ci vollero due anni per studiare tutti i libri che potevano toccare l'argomento. Alla fine ero pronto per un esperimento. Avevo costruito una vasca di deprivazione seguendo testi a dir poco bizzarri, eppure ero sempre più convinto di essere sulla strada giusta. Ma passato al collaudo, dopo tre mesi e quaranta notti immerso in un liquido fetido nella vasca, non ottenni i risultati sperati, ma solo degli orribili incubi. Quando stavo per decidere di mollare tutto, quel ragazzo, divenuto mio collaboratore, mi fornì una ragione per continuare. In un pomeriggio piovoso e freddo, ritiratosi in una delle sale della Biblioteca Nazionale per cercare spunti per i suoi racconti, riconobbe l'individuo che probabilmente aveva fatto sparire “Il Libro dei Nomi”. L'individuo misterioso stava copiando con impegno la pagina di un altro libro antico. Poco dopo, accortosi della difficoltà, l'uomo preferì portarselo via. Il ragazzo lo seguì fin dentro una chiesa, dove però lo perse di vista. Ma non tutto era andato perduto. La pagina copiata in parte era stata lasciata nel cestino della biblioteca. Dopo quasi sei mesi di studio estrapolai da quell'arcaica scrittura indecifrabile l'equivalente del codice che definiva i numeri e quindi le misure. Questa volta ottenni i primi risultati. Fu facile costruire un'altra vasca di deprivazione. Adagiato all'interno della cassa, sostenuto da un liquido ad alta salinazione, ero in grado, con la giusta concentrazione, di estraniarmi dall'ambiente che mi circondava per muovermi nello spazio, o meglio attraverso lo spazio. Seguitai gli esperimenti sino al limite delle possibilità e della sopportazione. Oramai era divenuta una droga. Ogni giorno passavo ore ed ore in quella vasca, senza mangiare o bere, lasciando che la mia carne si seccasse cotta dalla soluzione salina. Questo portò a conseguenze spiacevoli e al termine dei rapporti con le università e con le mie fonti di sostentamento. Da allora vagai per le nazioni europee nella speranza di trovare fondi per la mia ricerca, appoggiato solamente dall'aiuto finanziario di quel ragazzo che ormai è divenuto uno scrittore affermato. Cessai di preoccuparmi quando conobbi il professor Adolf Von Furtwangler II della Das Universitat NeuBerlin di Berlino in Germania. Fu lui a completare le mie ricerche con trovate geniali. Erano tutte già scritte e di fronte ai miei occhi, ma l'ignoranza mi rendeva cieco. Adolf aveva delle conoscenze esoteriche che gli permisero di tradurre antichi testi scientifici. Scoprimmo così che le vasche di deprivazione non erano altro che i risultati di complesse formule di magia delle strutture. Dunque avevamo acquisito le conoscenze sufficienti a determinare l'equilibrio delle dimensioni, dei materiali e il loro tempo d'uso. Adolf soffriva di cuore e non resistette al suo primo viaggio. Ma il sottoscritto ormai era allenato e cominciò a girare il mondo in lungo ed in largo restandosene comodamente a casa. Ma tutto ciò non mi bastava. Il mio, come il tuo, è un sogno che guarda lontano... Oltre il Tempo. Non mi resta molto da vivere, è inutile mentirti o tenertelo nascosto. In un viaggio in Asia, alla ricerca di testimonianze storiche su di un viaggiatore del tempo, ho contratto il Morbo di Sebastian. Mi restano pochi mesi, forse è meglio parlare di giorni. Così ho pensato di beneficiare con la mia scoperta un'altra persona che potesse assaporarne il gusto particolare. Dopo la morte di Adolf ereditai i suoi appunti e tra di essi trovai un raro trattato di archeologia. Durante una spedizione a Glastonbury in Inghilterra fu rinvenuta una vasca di deprivazione, che fu scambiata per uno strumento di tortura. Solo dopo averla recuperata e aver decifrato le incisioni capii che il proprietario era stato il mago Avalon Ziw vissuto nel I secolo dopo Cristo. ...L'ho portata con me. Ti sono riconoscente per l'appoggio che mi hai offerto. Voglio donartela. -. Gales afferrò il telo che copriva quello che sembrava un tavolo e tirò con forza scoprendo la vasca di deprivazione. Leonard restò senza parole, nella più completa confusione mentale. Non sapeva se prendere sul serio quel racconto o se sdrammatizzare tutto con una risata e complimentarsi per lo scherzo ben architettato. Eppure la vasca c'era e non c'erano dubbi sulla sua autenticità. Gales lo invitò ad accostarsi e a prenderne conoscenza. Leonard avrebbe voluto non credergli, ma la fiducia che riponeva nel suo amico non aveva limiti. Guardò gli occhi bagnati di commozione di Gales e pronunciò le parole con un filo di voce. - D'accordo... Se è quello che vuoi... E' anche quello che ho sempre voluto io!-. Gales abbassò il capo in segno di approvazione, gli dava la sua benedizione, stava senz'altro facendo la cosa migliore. Fece spogliare Leonard di tutti gli abiti e lo coprì con un telo. Poi gli spiegò che doveva prepararsi, fare degli esercizi fisici, come quelli che fanno i nuotatori prima di entrare in piscina. Volle che indossasse il telo come una gonna e cominciasse a respirare solo con il naso. Gli mostrò le posizioni delle tre forme fondamentali dell'uomo e gli ordinò di ripeterle fino ad un suo cenno. Mentre Leonard seguiva gli ordini dell'amico, questi riempiva la vasca con un liquido roseo e denso. Dopo oltre un'ora di esercizi i muscoli di Leonard tremavano come corde tese. Gales sussurrò che poteva bastare. - Quando sarai dentro -, e gli indicò la vasca, - concentrati su questo simbolo!-, e gli mostrò un disegno, -non smettere mai di respirare con il naso.-. Furono le ultime parole che Leonard sentì prima di essere spinto sotto il livello del liquido. Poi, - Il mio ultimo viaggio è terminato... Addio Leonard!-. Articolo giornalistico tratto dal Baddertimes del 31 Ottobre 1994. Autore San Der Vant del D.I.S.T. (Dipartimento di Indagini Spazio Temporali). Leo di Qena sconfisse il Tempo. Durante una spedizione archeologica sulle sponde del Nilo, organizzata dalla Baddertown University nell'antica città di Qena in Egitto, è stata riportata alla luce la tomba inumata di un potente sacerdote egiziano vissuto nel XX secolo avanti Cristo. “Leo”, questo il suono con cui potremmo leggere il suo nome, era anche pittore, fisico, matematico, ingegnere militare e idraulico, si occupò di ottica, di chimica, di medicina, di geologia e di astronomia. A lui vengono attribuite le formule delle proporzioni delle dimensioni delle piramidi, i progetti per dighe e templi realizzati con massi giganteschi, pile chimiche, unguenti per la mummificazione, macchine azionate dal vento, dall'acqua e dal fuoco. Inoltre sembra che avesse scoperto il fantomatico elisir di lunga vita, dato che sono ricorrenti le testimonianze della sua presenza alla corte dei faraoni egizi nell'arco di venti secoli. Gli storici smentiscono ritenendo che i responsabili della sua lunga vita siano discendenti o discepoli della sua dottrina che ne presero il nome in segno di omaggio. QUI GIACE L'UOMO CHE HA ATTRAVERSATO L'OCEANO DEL TEMPO PER VIVERE IN ETERNO FELICE NELLA SUA UTOPIA L'epitaffio, scolpito sul sarcofago, ha scatenato la fantasia dei giornalisti che lo hanno identificato come un extra terrestre o come l'ultimo uomo di Atlantide. E' certo che la sua influenza sull'Egitto fu grande e solo una cospirazione, ardita dai suoi stessi discepoli, riuscì a trascinarlo alla morte, avvenuta per avvelenamento. Fatto alquanto bizzarro è che “Leo” viene rappresentato negli affreschi sulle pareti della tomba con dei cerchi intorno agli occhi, che i più spiritosi considerano occhiali da vista. Nel 26 d.C. moriva definitivamente “Leo” o l'ultimo possessore del suo nome e nasceva il mito. Nota dell'editore. L'articolo pubblicato il giorno della festa di Halloween è da ritenersi uno scherzo e qualsiasi riferimento a luoghi, persone e fatti realmente esistiti o esistenti è del tutto casuale ed involontario. GLOSSARIO NOMI Aben Naben (maestro) - scienziato di grande fama. Fondatore del movimento di studio sul Terzocielo. E' stato insignito dell’onorificenza di Naben. Legato sentimentalmente con Aid da cui ha una figlia Andle Naben. Acceleratore Fotonico (Fotonic Accelerator) - macchina in grado di accelerare i fotoni fino a modificare l'inclinazione dello spazio e di conseguenza curvarlo fino alla distorsione. Adolf Von Furtwangler II (professore) - archeologo tedesco (Friburgo in Brisgovia 1907 - Atene 1953). Studioso, scrittore e maestro influente. Si occupò di scultura ricostruendo l'opera dei maggiori scultori greci attraverso le copie romane. Tra i suoi studi anche quelli sulla ceramica greca e sulla glittica. Prese parte diretta agli scavi di Olimpia, Orcomeno, Egina, Qena, Glastonbury. Ai Confini della Scienza - rivista di carattere scientifico che ospita volentieri articoli sui fenomeni di natura paranormale. Annovera tra i suoi collaboratori nomi come la professoressa A. Dee, il professor Sivad Shiver, gli scrittori Caasi Vomisa e A.A.D., la professoressa Neila Archibishop e Robert Z. Gales. Aid - moglie del Maestro Aben Naben. Albert - ricercatore del D.I.S.T.. Alessina - speciale sostanza, di natura proteica, instabile e termolabile, presente nel siero di sangue umano o animale, capace di inattivare o almeno attenuare la virulenza di alcuni germi patogeni. Andle Naben (dottoressa) - figlia del Maestro Aben Naben. Responsabile del più grande centro di ricerche del pianeta. A.R.E.S. Automatic Reserch and Engineering Society - gruppo di ricerca e studio composto da ricercatori di diversi dipartimenti scientifici della Baddertown University. Aura - figlia di Diana e Leonard Woolers in una delle tempodimensioni complesse del gruppo di realtà principali ad un parametro. Avalon Ziw - mago e poeta di origini druide vissuto in Cornovaglia nel I secolo d.C. antenato di una potente dinastia di negromanti. Baddertimes - giornale ufficiale della Baddertown University, sostenuto esclusivamente dagli studenti. Ha ospitato tra i tanti anche articoli di Antony A.J., Robert Smith, A.A.D., Caasi Vomisa, Robert Z. Gales, John Lookush. Baddertown - cittadina dello stato di New York negli U.S.A.. Si è sviluppata intorno alla prestigiosa università che porta il suo nome. Baddertown University - in principio solo distaccamento d'avanguardia della più classica università di New York, è poi divenuta una delle più ambite d'America. Facoltà principali sono: architettura, indagini spazio temporali, ingegneria aerospaziale, informatica, robotica, legge, psicologia (specializzazione parapsicologia), scienze e lettere. B.U.P.A. Baddertown Underground Particels Accelerator - Acceleratore di particelle subatomiche. Il sincrotrone misura mezzo chilometro di raggio ed è situato a circa 15 metri di profondità. D.A.S.A. Davis Aeronautics and Space Administration - ente aeronautico e spaziale il cui maggiore azionista e la Devisco & Co. Corporation. Istituito il 1 Ottobre del 1985 allo scopo di provvedere alle ricerche ed allo studio dei problemi che riguardano il volo entro e fuori l'atmosfera terrestre. Das Universitat NeuBerlin - università di Berlino in Germania. D.B.M. Davis Business Machines - società di software e hardware appartenente al gruppo Davisco & Co.Corporation. Salita alla ribalta per aver immesso sul mercato mondiale i primi modelli di videogiochi virtuali con influenza psicologica. D.D. Channel cable tv - canale di programmi per la famiglia, proprietà della Devisco & Co. Corporation che possiede anche la D.B.C., M.D.V., D.N.N. ed altri network radiotelevisivi minori. D.I.A.S. Dipartimento Ingegneria Aeronautica Spaziale - sezione della Baddertown University che studia le problematiche riguardanti il volo, la navigazione, l'immersione e i viaggi nello spazio. D.I.R.A. Dipartimento Informatica Robotica Automatica - sezione della Baddertown University che si occupa di hardware e software. D.I.S.T. Dipartimento Indagini Spazio Temporali - sezione della Baddertown University istituita per studiare quei fenomeni in grado di modificare l'andamento del tempo. Davisco & Co. Corporation - gruppo di società della finanziaria del miliardario Dave D. Davis, proprietario di catene di supermercati, residences, alberghi, ostelli, banche, ospedali, compagnie aeree, locali notturni, negozi di vario genere, network radiotelevisivi, case editrici, studi cinematografici, società di software e hardware, ecc. Molto diffusa in America ed in via di crescita nelle principali capitali del mondo. Deceleratore di Particelle Puntuale - per differenziarlo da quelli lineari già esistenti. Dispositivo capace di reprimere la velocità delle particelle atomiche e subatomiche. A prima vista ha l'aspetto di un forno a microonde. Usato per modificare l'andamento del tempo. Diana Woolers - moglie di Leonard Woolers. El Aguila University - piccola università del New Mexico. Era Prenabeniana - periodo storico che precede un'Era Nabeniana al termine della quale ritorna ciclicamente un'Era Prenabeniana. Allo scadere di ogni periodo di ricorrenza delle due ere viene assegnata l’onorificenza di Naben. Era Nabeniana - era storica il cui decorso si computa a partire dalla data dell'assegnazione dell’onorificenza di Naben. Fatechance - città del Massachussettss. Famosa per il parco divertimenti a tema cinematografico e per la prestigiosa The Wisdoom University. Francis - ricercatore del D.I.S.T.. Glastonbury - cittadina inglese della Cornovaglia, famosa per la “Tor” e per i ruderi della sua antica abbazia edificata nel 1184 dai monaci Benedettini. Il Libro dei Nomi - trattato esoterico su diversi argomenti, suddiviso in tre parti: novelle, nomi e idee. Scomparso durante la distruzione della “Biblioteca di Alessandria”. Dopo la quale nessuno ha più avuto la fortuna di leggere l'originale, ma esistono poche copie di estratti successivamente tradotti. InfoD-Net - circuito telematico d'informazione fondato da Radio Dave Music Machine con il sostegno della Davisco & Co. Corporation. Raccoglie notizie da centinaia di utenze in tutto il mondo. John Lookush - ultimo ricercatore assegnato al D.I.S.T.. Laboratoire d'Automatique de Grenoble - università della Francia. Leonard Woolers - marito di Diana. Laureato alla Baddertown University con il massimo dei voti. Vince una borsa di studio e diventa ricercatore della suddetta università nel D.I.S.T.. Inventa il deceleratore di particelle puntuale, il temportatore, l'acceleratore fotonico. Scopre il fenomeno del “Non-Tempo”. Lewiz e Lorense - ricercatori del D.I.S.T.. Morbo di Sebastian - infezione delle ghiandole della crescita che comporta un invecchiamento precoce dell'individuo infetto. L'agente infettante non è contagioso per via aerea e viene inattivato ad alte temperature. Naben - onorificenza di alto valore assegnata tra la fine di un era e l'inizio della successiva. I discendenti dell'insignito continuano a mantenere il titolo. Nova Madre - stella della sequenza principale. La sua distanza media dal pianeta Terzocielo è di circa 149 milioni e mezzo di km., il raggio è 109 volte quello del Terzocielo, la massa è 333.420 volte maggiore di quella del Terzocielo, quest'ultimo però è circa 4 volte più denso. La superficie esterna è costituita da gas incandescenti. Paul-Bernard - ricercatore del D.I.S.T.. Qena - città dell'Egitto. Capoluogo del governatorato omonimo. Situata sulle rive del Nilo. Famosa per la produzione di terrecotte. Radio Dave Music Machine - stazione radiofonica di proprietà della Davisco & Co. Corporation. Fondatrice del circuito telematico d'informazione InfoD-Net. Trasmette in modulazione di frequenza in tutti gli Stati Uniti. Salita alla ribalta dopo aver trasmesso in esclusiva un'intervista con un serial killer ancora in libertà. Radio 10'n'See - piccola stazione radiofonica dello stato del Tennessee. Collegata ventiquattr'ore al giorno con il circuito InfoD-Net. Rita - ricercatrice del D.I.S.T.. Robert Z. Gales - studioso americano di fenomeni spazio temporali e di andamento del tempo. Ha sviluppato un notevole numero di teorie verso la fine degli anni sessanta, tra queste spiccano: l'arresto del tempo subatomico, l'equilibrio della massa temporale, la coincidenza di coordinate spaziali nel tempo, le tempodimensioni. Robo-Ant - sonda di esplorazione della superficie del pianeta Marte. Dotata di sei zampe meccaniche, telecamere e macchine fotografiche, ricetrasmettitore, sensori e unità di controllo autosufficiente. San Der Vant - ricercatore del D.I.S.T.. Saviour Monk (professor) - primario della cattedra di Indagini Spazio temporali (D.I.S.T.) alla Baddertown Unversity. Scotchlite - materiale messo a punto dalla 3M, usato nella segnaletica stradale per il suo alto potere riflettente della luce, pari al 95%. Stephen B. e Stephen G. - ricercatori del D.I.S.T.. Tempodimensione - dimensione alternativa a quella presa come riferimento. Biforcazione sulla linea immaginaria base del tempo generata da un qualsiasi comportamento alternativo di un evento. Temportatore - macchinario usato per scambiare materia in tempi differenti senza creare scompiglio nell'equilibrio. Ha l'aspetto di un doppio distributore di bevande automatico. Capace di fendere il tempo e sostituire masse eguali. Terzocielo - pianeta del sistema di Nova Madre. Ha forma assimilabile a quella di un ellissoide di rotazione. L'asse di rotazione è inclinato di circa 23,5 gradi sul piano della sua eclittica. Movimenti principali sono la rotazione intorno al proprio asse (23h 56m 4s) e la rivoluzione attorno a Nova Madre (365,2564 giorni siderali calcolati rispetto al suo moto di rotazione proprio). Abitato principalmente da enormi pachidermi preistorici, bipedi ed eretti mediante una struttura rigida e snodabile composta di calcio. The Wisdoom University - una delle università più antiche d'America e delle più prestigiose del mondo. Situata nei pressi della città di Fatechance nel Massachussetts. Di importanza rilevante la facoltà di archeologia. Travellite - sonda aerospaziale multi uso: satellite per le telecomunicazioni, la meteorologia e la ricerca, trasportatore del Robo-Ant su Marte. Vasca di Deprivazione Sensoriale - cassa costruita in pietra basaltica, con dimensioni analoghe a quelle del sarcofago rinvenuto nella “Grande Piramide”. Il soggetto che vi viene rinchiuso, immerso in un liquido particolare, subisce le stesse visioni provocate da una forte dose di allucinogeno, e prova la sensazione di muoversi nel tempo e nello spazio.