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Dopo aver strizzato gli occhi per il sudore, guardai in basso, verso i piedi, ma senza vederli, fissavo l'asfalto sotto di essi che correva veloce, come se mi fossi trovato quasi a contatto con il suolo.
Il catrame in terra sembrava un infinito mosaico di piccoli tasselli diversi uno dall'altro, ma perfettamente incastonati tra di loro a formare quell'immensa distesa di incandescente manto autostradale.
La luce del sole cadeva talmente a picco sulla mia testa che l'ombra sembrava cercare disperatamente rifugio sotto di me.
Le suole di gomma delle scarpe da ginnastica si staccavano da terra apparentemente con difficoltà, sembravano quasi trattenute da una gomma da masticare, calpestata strada facendo, che dava praticamente l'impressione che mi stessi sciogliendo lentamente, come un sorbetto al limone.
Chissà da quanto tempo stavo correndo, pensai tra me e me toccandomi il polso e notando che non avevo il fidato orologio, non poteva essere un'eternità, perché‚ non mi sentivo affatto stanco, ma sembrava comunque molto molto tempo.
Il sudore, più abbondante sulla fronte, cadeva verso il basso seguendo perfettamente il ritmo dei miei passi, si fermava e ripartiva, si fermava e scendeva, si fermava e penetrava tra un pelo e l'altro delle braccia e delle gambe, toccava terra e rimbalzava prima di dissiparsi assorbito dalla strada.
Gli indumenti che indossavo erano completamente bagnati, ma non come quando si cade in acqua vestiti, assolutamente no, erano bagnati dal di dentro, una sensazione differente, non si sentono appiccicati addosso, ma si sentono comunque pesanti, quasi come una corazza di metallo.
Strizzavo gli occhi e tentavo di concentrarmi sulla strada, diritta, perfettamente diritta, senza una deviazione, almeno senza nessuna che si vedesse all'orizzonte.
I prati ai lati erano uno spettacolo indimenticabile, grano sulla sinistra a perdita d'occhio e girasoli dall'altra, voltati verso di me a centinaia, anzi migliaia, mi guardavano costantemente, seguendomi come se fossero dei tifosi in dirittura d'arrivo.
Poi ogni tanto degli alberi da frutta, albicocchi e fichi selvatici, un vigneto, delle rocce e poi ricominciavano il grano ed i girasoli, ma apparentemente nessuna casa, apparentemente nessuno.
Certamente dovevo essere un pazzo, con il sole in quella posizione non poteva che essere mezzogiorno o giù di lì, ma io sembravo non accorgermene, ero infastidito dai raggi solari, ma ciò non mi impediva di andare avanti, anzi ero contento, una bella giornata così non mi capitava di vederla da quando ero un bambino.
E poi non ero assolutamente stanco, anzi ad ogni passo mi sembrava di essere più forte, più veloce, contento di correre, soddisfatto di me stesso e della mia vita.
Forse era quello che mi ci voleva, correre, senza mai fermarmi, senza mai guardare indietro, senza voltarsi a pensare, anestetizzando il dolore nella mente con il dolore stesso dei muscoli, affogare i dispiaceri, le angoscie, nell'adrenalina che si sprigionava dalla felicità di essere libero, di essere vivo, di essere: esistere.
All'orizzonte le nuvole in cielo sembravano essere cadute in terra per formare quel percorso, l'azzurro in profondità sembrava ottenuto con un'unica e perfetta pennellata data con mano esperta da un artista di altri tempi, uno del '500, uno di quelli che ci teneva a far vedere che la realtà non era intorno, ma nel quadro, sulla tela, dov'era pure la sua anima e il suo cuore, di fronte ai suoi occhi e dentro se stesso.
In lontananza udivo gli uccelli intonare un assolo, spezzare quel continuo sibilo delle cicale, quasi a dimostrare loro che non potevano competere con le loro capacità vocali, che nell'universo c'era un ordine e che quest'ordine andava rispettato.
Le orecchie erano otturate dalla pressione arteriosa che era costantemente tenuta alta dal ritmo della corsa, il sangue scorreva fluido come non aveva fatto da parecchio tempo, ripulendo e trascinandosi via scorie interne e dolorosi pensieri.
Qualcosa, percepivo nella mia coscienza, non andava bene, qualche pensiero continuava a rimbalzarmi all'interno della mente come una pallina in un flipper, senza mai fermarsi, veloce come un fulmine.
Non volevo pensarci, non dovevo pensarci, probabilmente avevo iniziato quella corsa proprio per non pensare, proprio per non dovermi preoccupare di nulla, per scaricarmi della tensione, per liberare la mente e lasciarla riposare in pace per qualche momento.
In quell'istante non c'erano cose a cui pensare, dovevo soltanto lasciare liberi i miei istinti e seguire la strada.
Dietro di me sentivo in lontananza un rumore sordo, qualcosa di grande, forse un'autostrada trafficata o forse una città, anzi certamente era una città, uno di quei mastodontici mostri che ti inghiottono l'anima prima di consumarti il corpo.
Sicuramente stavo scappando da quello: dal caos, dal traffico interminabile di piccole e grosse strade senza apparente fine, legate tra di loro da altre deviazioni, piccoli spiazzi intervallati da parcheggi e sotterranei lunghi e stratificati come formicai.
Scappavo dai palazzi alti, dalle facciate senza i balconi, dalle vetrate scure, dagli appartamenti vuoti e da quelli sovraffollati, dai giardini finti e dalle piante in agonia sui davanzali.
Correvo lontano per non dover pensare ai marciapiedi lerci e agli ambulanti insistenti, ai barboni in agonia e agli ubriachi insaziabili, alle grida dei mercati e al silenzio dei negozi del centro, all'aria polverosa e immobile delle metropolitane e allo smog velenoso delle sopraelevate.
Sentivo di averne abbastanza, ogni cosa possiede il suo equilibrio, e da questo mi ero allontanato parecchio, ma ogni cosa ha un limite, e in quel momento io dovevo andare lontano, dovevo correre, chissà, magari più tardi mi sarei ricordato di qualche impegno, di progetti sospesi, di affetti necessari, e sarei tornato indietro volentieri.
Ma per il momento avevo bisogno di muovere il mio corpo, di comprimere e stirare i muscoli, di sentire in me scorrere la vita.
Strizzai nuovamente gli occhi per il sudore, piccole gocce si stavano asserragliando sulla fronte in prossimità dei capelli come fossero truppe pronte all'attacco, ma immancabilmente cadevano giù, come colpite da una forza invisibile che le voleva allontanare.
Il sole si rifletteva sulle narici lucide, e di tanto in tanto abbagliava la coda degli occhi, che non finivano di agitarsi da un lato all'altro alla ricerca di qualcosa che non riuscivano a trovare.
La gola, secca, era stata asciugata da tempo dal passaggio dell'aria, i polmoni lavoravano a pieno regime, come la caldaia di un vecchio treno a vapore, rifornivano di energia tutta la struttura.
Le braccia erano pesanti, come se la sostanza fosse andata a finire in fondo alle mani, ma continuavano a muoversi a ritmo, quasi spinte da una forza invisibile.
E le gambe, tutto il peso del corpo ricadeva su di loro, ma loro sembravano non risentirne affatto, anzi, come in una reazione alchemica, emanavano più forza man mano che si andava avanti e la fatica non si iniziava mai a sentire.
I muscoli grandi dei glutei, i quadricipiti e i polpacci danzavano uno sull'altro come i ballerini di uno spettacolo stupendo, una messa in scena del quale ero protagonista e allo stesso tempo spettatore.
Ero contento, felice di essere li in quel momento, soddisfatto di quello che stavo facendo e compiaciuto della mia decisione.
Rallentai leggermente, le cicale non emettevano più il loro sibilo, mentre un solo uccello, rimasto dei tanti, continuava a ripetere le stesse tre identiche note all'infinito.
Il grano era piegato stranamente dalla parte opposta della direzione da cui proveniva il vento.
Mi voltai a guardare indietro, sembrava che non avessi mai iniziato a correre e che fossi sempre rimasto nello stesso posto.
Il sole non c'era, o forse non c'era mai stato, ma la luce che proveniva dal cielo era la sua, ne ero certo, altrimenti come sarebbe potuto accadere.
Iniziò all'improvviso a scendere una leggera pioggia, fitta e fina come aghi, pur non essendosi avvicinata nessuna nuvola, o meglio, la pioggia era soltanto su di me, compariva come un fantasma a pochi metri dal mio capo e ricadeva leggera come una piuma sui capelli.
Rallentai fino a fermarmi, dopo aver strizzato gli occhi per il sudore, guardai in basso, verso i piedi, ma senza vederli, fissavo l'asfalto sotto di essi che giaceva immobile, come se fossi appena atterrato sul suolo di un pianeta sconosciuto.
La luce del sole cadeva talmente a picco sulla mia testa che l'ombra non c'era più, era scomparsa, o forse non c'era mai stata, forse non era mai esistita sotto di me un'ombra che mi somigliasse, che mi avesse seguito, che mi avesse accompagnato in quella rilassante corsa, forse l'avevo immaginata.
Forse avevo immaginato tutto.
Mentre mi sedevo in terra sentii sfilarsi dalla testa qualcosa di caldo, una presenza organicamente viva, ed un leggero bruciore nell'aria mi costrinse a chiudere gli occhi.
Non li riaprii, non subito almeno, non prima di essermi ricordato chi ero e cosa ci facevo in quel posto.
Una serie di segnali elettronici e piccole scariche elettriche si confuse con il lamento meccanico di un braccio robotizzato : il suono inconfondibile della tecnologia, il segno incancellabile di un futuro che non esisteva più nella realtà ma che continuava a vivere a stento in quella macchina.
Avevo fame, il cielo era stato oscurato da una serie di cataclismi quando ancora ero bambino, ed era sparita da pochi giorni la mia gatta, l'unico altro essere vivente che avessi incontrato da anni.
Ancora con gli occhi chiusi mi misi a piangere di nuovo.
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