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[...] Ricordo che possedevo valli e terre sconfinate, distese di acqua e ghiaccio a perdita d'occhio, picchi e montagne che sorreggevano i cieli ed una folla di sudditi che mi adorava. Guidavo un intero popolo, un mio cenno comandava un enorme esercito di valorosi, mie erano le leggi e mio il potere di infrangerle. Vivevo in una reggia di pietre preziose, mi circondavo di uomini sapienti e di meravigliose donne, mangiavo carni pregiate e frutti prelibati. Ero un Re. Possedevo tutto, tutto tranne la soddisfazione e tutto mi tormentava, lacerandomi ogni giorno di più, piangendo e urlando di nascosto, bramavo la conoscenza proibita: il Sapere degli Antichi. Imparavo tutte le scienze e le discipline, compivo esperimenti e scoprivo ritrovati innovativi, leggevo testi incomprensibili e scrivevo memorie e intuizioni. Ma una sola cosa non riuscivo ad ottenere. Ebbene questo non mi dava pace e costringeva il mio profondo intelletto ad umiliazioni di natura indescrivibile. Per anni ed anni dispersi le mie genti alla ricerca dell'ignoto, spingendole contro ogni ostacolo, oltrepassando ogni barriera e disperdendole fino al limite delle loro forze. Per anni i miei sforzi non ebbero nulla in cambio, oltre a piccole gocce di insignificanti storie note. Fin quando la mia caparbietà e costanza non fu premiata dal ritrovamento di un frammento di un antico manoscritto assiro nel quale era indicato il sentiero da seguire per raggiungere una delle ultime dimore degli Antichi. In questo luogo di leggenda e mistero avrei trovato ciò che credevo mi spettasse di diritto e nulla più mi sarebbe mancato. Ricordo che andai a cavallo per la via che passava attraverso le colonne che sorreggevano il cielo fin quando consentitomi, poi proseguii a piedi, accompagnato dalla Regina e lasciando alle spalle le guardie reali. Salimmo in alto per diversi giorni, senza nessuna fretta, incuranti del freddo che scendeva, scaldandoci l'un l'altra, bevendo della neve sciolta e mangiando poca cacciagione, camminando durante la mezza giornata di sole per poi riposare e dormire nella notte. Poi una sera avvistammo una valle oltre i monti, scendemmo molto oltre le nevi fino alla piana verde, per la sera dopo fummo giunti alle porte di quella che battezzai la Città delle Statue di Marmo. La luna ci accompagnò con il suo freddo occhio attraverso un intero popolo di pietra, una distesa di gelide figure bianche di sconosciuta provenienza ed in orride posizioni, che ci seguiva con gli occhi senza pupilla e ci ascoltava nel silenzio. Tutte erano rivolte al centro, ma al centro non si scorgeva nulla oltre la parete a strapiombo di una montagna incantata dalle nuvole. Ad alcune ci avvicinammo, e ci sembrò che chiedessero qualcosa, che ci tendessero le mani contro, che piangessero, che sperassero e che maledissero chi le avesse fatte. Erano indubbiamente opera del più grande maestro che fosse mai esistito, perchè non poteva essere altrimenti, sembravano vive, per alcuni istanti mi parve di vedere loro scorrere il sangue nelle vene e battere il cuore nel petto. Oltre le loro ombre trovammo un laghetto e saggiandone l'acqua fummo rapiti dal sonno. Il viaggio che feci nelle oniriche sfere non svanì come gli altri ai fumi della luce, ma non fu sufficiente a farmi tornare indietro. Con l'alba ci accorgemmo che la nebbia non ci permetteva di distinguere più nulla oltre allo specchio d'acqua ed ai suoi dintorni. Tenendoci per mano, percorremmo le rive per ben tre volte senza trovare nulla, così ci sedemmo su di una pietra piatta e larga che sporgeva sulla riva. Riflettendo su la forza invisibile che mi spingeva ad andare avanti iniziai a ripulire la pietra del muschio, fino a scoprire, inciso nella roccia, un quadrato con al suo interno cinque insignificanti parole.

S A C O R
A R A S O
C A M A C
O S A R A
R O C A S

Per tutto il giorno le lessi da sinistra a destra e dall'alto al basso, ma il suono restava sempre lo stesso. Non vi era dubbio che le avesse scritte qualcuno venuto da molto lontano, forse il maestro scultore, ma ignoravo completamente il loro significato. La notte scese e la nebbia si dileguò sotto i raggi della luna. Tornammo ad esplorare la città, con la sua struttura concentrica e le sue statue di magnifica fattura. Forse non c'era altro e quello in cui ci eravamo imbattuti era una delle dimore degli Antichi, forse quello che era inciso sulla pietra era il loro sapere. Stanco, ma soddisfatto, mi addormentai in prossimità del lago. I miei sogni furono tempestati da quelle parole e dalle lettere che le componevano e, senza rendermene affatto conto, si orchestrarono nel mio inconscio per comporre il loro arcano significato. Mi svegliai nel cuore della notte, pregando la Regina di tornare indietro e di scordarmi, di farmi scordare da tutti e di non chiedermi nulla. Non le dissi che qualcuno mi stava chiamando da sotto il lago e che non potevo non andare. Piangendo si allontanò tra le statue e quando la persi tra le ombre dell'alba, per un momento, pensai di rinunciare, ma una voce mi invitò a raggiungerla nelle profondità delle acque e non riuscii a resisterle. Seguendo il richiamo mi immersi nel lago per non emergerne mai più. [...]

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