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"... Oceano Atlantico ... solo ... e
azzurro ..."
Era tutto quello che riuscivo a vedere dal
finestrino, già da dodici ore. Stavo male, sia perché soffrivo
il mal d'aereo, sia per quel lavoretto in pelle che avevo dovuto
ritirare la sera precedente. Avevo sistemato un'altra di quelle
sanguisughe, e come l'ultima volta speravo che fosse l'ultima.
Stavo sfruttando l'occasione del viaggio per cogliere due
piccioni con una fava.
Mi stavo recando sull'isola di San Dena, vicino alle Bermuda,
dove, secondo alcune voci popolari, avrei scoperto un altro di
loro.
Nello stesso tempo avrei indagato sulla misteriosa scomparsa del
mio ex compagno di banco universitario.
Lui era un europeo trasferitosi per studio in America, nella
piccola cittadina di Baddertown ... quasi come feci io.
E fu proprio così che ci conoscemmo.
Per caso ci trovammo nella stessa stanza di una delle tante
pensioni Devistudent e giorni dopo nella stessa classe.
Non so se fu proprio una coincidenza, ma scoprii che avevamo gli
stessi hobbies e le stesse idee.
Quando discutevamo credevo di parlare allo specchio con un altro
me stesso.
Sembrava ieri, invece erano passati anni.
Era da quando era iniziata questa avventura o disavventura che
vivevo di ricordi e amnesie momentanee.
Come in quell'istante, che non mi sovveniva il terzo motivo per
cui ero su quell'aeromobile e come si chiamava il mio amico.
Poco dopo, appena atterrato il quadrimotore della Double-D
Airways, mi accorsi di una grossa busta postale sotto il mio
impermeabile.
Sulla busta c'era scritto "for Conner".
Mi ricordai, quasi immediatamente, che quello era il nome che
avevo preso subito dopo la scuola, dopo gli avvenimenti che
cambiarono definitivamente la mia vita, e di conseguenza quella
di molti altri innocenti.
Sicuramente era un altro dossier preparatomi dalla mia aiutante.
Appena fuori l'aeroporto E.T.E., un fattorino mi si accostò e,
preso il biglietto che stringevo nelle mani, disse "Prenda
subito quel pullman, altrimenti ...".
Non capii il resto, ma gli diedi fiducia.
Immediatamente dopo essermi seduto all'ultimo posto, mi accorsi
che ero l'unico passeggero, gli altri prendevano tutti l'autobus
vicino per la città di Emoh Teews Emoh.
L'autista disse che potevo stare comodo, il viaggio sarebbe
durato un paio d'ore.
Feci per spostarmi e sotto al cappello vidi nuovamente la busta.
Una volta aperta tirai fuori il contenuto.
Tra le carte cadde in terra un pezzettino più piccolo, che ad
attenta osservazione si rivelò un'ala di un insetto.
Pensai che fosse caduto da altrove, invece mi sbagliavo.
Solo qualche ora più tardi seppi.
Il primo foglio che raccolsi era una foto: l'immagine del mio
amico ai tempi dell'università.
Mi venne da ridere, ma poi fui quasi soffocato dalla voglia di
piangere.
Non so, forse il ricordo dei bei tempi, forse la sua faccia
pulita, il suo sorriso circondato dalla barba ... forse un colpo
di vento.
Chiusi il finestrino e cominciai a raccogliere gli incartamenti
che erano scivolati in ogni parte dell'autobus.
Mi capitò così tra le mani un foglietto azzurro.
Era la famosa chiamata alle armi del mio caro fratello di studio
Frank Caphra.
Come in una pellicola in bianco e nero ricordai la mattina in cui
la trovò sotto la porta della camera della pensione.
Una volta letta la destinazione si disperò per ore e uscì in
uno stato talmente pessimo che credevo non tornasse più.
Invece la mattina seguente dormiva inginocchiato in terra con la
testa poggiata su una mia gamba ... si era già rassegnato.
Saltando da un sedile all'altro trovai anche la foto della
ragazza di Frank a quei tempi.
Me la mostrava sempre e diceva che era l'unica cosa di buono che
gli era capitata durante la sua stressante vita.
Effettivamente, da quanto mi raccontava, non aveva avuto
un'infanzia come molti altri bambini, anzi non l'aveva avuta
affatto.
Peccato che la foto fosse mezza bruciata, perché non riuscivo a
ricordarmela bene.
Feci solo caso al medaglione che aveva al collo, lo stesso della
mia assistente.
E mi sembrò strano, perché glielo avevo regalato io stesso in
occasione di un suo compleanno.
Ma pensandoci bene non ne potevo essere molto sicuro, visto che
non mi ricordavo neanche dove lo avevo preso io.
Poi mi restò attaccato sotto la scarpa il foglietto colpevole di
avermi fatto salire su quel trabiccolo, così appresi finalmente
la mia destinazione.
Andavo vicino ad un paesino della costa ovest, che prendeva nome
da un certo pioniere del sedicesimo secolo: G. Al, detto
"l'eroe", da cui Al Hero Village.
In quel momento l'autista mi invitò a scendere "Capolinea
... per lei!", e aggiunse pochi secondi dopo "In
fretta".
Così raccolsi tutte le carte e mi precipitai fuori dall'odioso
mezzo.
Il conducente disse di seguire un sentiero nel bosco, poi con dei
colpi di acceleratore creò una nube di gas nero e partì.
Provai a fermarlo, mi era sembrato che alcune carte fossero
rimaste tra la porta e gli scalini, ma invano.
Non mi restava altro che camminare.
Sfogliando i resti del dossier capii finalmente lo scopo del
viaggio.
Un appunto della mia assistente mi spiegava che il mio amico era
dato per disperso dai genitori.
Erano stati loro a fornire quel materiale, nella speranza che il
suo migliore amico, cioè io, avesse potuto fare qualcosa.
Non avevano avuto più notizie da pochi mesi al congedo.
Il fratello di Frank aveva rintracciato alcune lettere scritte da
Frank stesso alla ragazza durante il servizio di leva e le aveva
fornite come unica traccia.
Quelle lettere erano state spedite ad un indirizzo che non
esisteva: Hairam Avenue 69, e capii immediatamente che si
trattava del nome della ragazza scritto al contrario: Mariah
Euneva, di chiare origini spagnole.
Controllai subito, e tra i biglietti di nave e aereo usati, altri
scontrini e fogli vari, trovai due lettere.
Il destinatario era lei, Mariah, e solo dopo aver letto il nome
con la calligrafia di Frank, mi ricordai anch'io di lei, o meglio
del suo nome.
L'avevo incontrata una sola volta e non mi era restata chiara in
mente.
Anche se forse non avevo chiaro nulla.
Nel frattempo avevo camminato lungo il sentiero ed ero uscito dal
boschetto.
Mi si era presentata di fronte una strada di cui non vedevo il
fondo.
Aprii la prima lettera e m'incamminai.
Al Hero, 24 Dicembre
Scusa,
volevo farti gli auguri di persona, ma purtroppo il dovere mi ha
chiamato lontano da te.
E non solo, sono lontano da tutti e tutto.
La base dista una decina di chilometri dal più vicino centro
abitato.
Le guardie si contano sulle dita della mano e sono solo
all'ingresso.
Non badano a chi entra o esce, sono finti e abbandonati come
questa caserma.
All'interno del suo inutile recinto si erigono solo quattro
edifici: il comando, il circolo, la mensa e gli alloggi.
Dove non ci sono mattoni e asfalto si stagliano alberi alti
almeno dieci metri.
La pulizia delle strade è abbandonata a se stessa, come tutto il
resto.
Tranne il circolo sottufficiali, che mantiene un finto aspetto
curato, ma che è zona vietata, eccetto per gli addetti ai
lavori.
Al comando i graduati sembrano indaffarati in chissà che cosa,
ma non fanno più di niente.
La mensa è meno lurida degli altri posti, ma ugualmente
deprimente.
Il cibo non è immangiabile, ma ci manca poco.
I militari di leva alloggiano al quarto piano di una palazzina in
ristrutturazione.
Per accedervi bisogna salire 78 gradini, cioè sei rampe di
scale.
"Ricordo la prima volta, con tre zaini strapieni sulle
spalle e diciotto ore di viaggio, mi tremavano le gambe".
La luce per le scale è a tempo, e può essere accesa solo al
piano terra e all'ultimo.
"Il secondo giorno scese le prime due rampe di scale si
spense la luce successiva.
Decisi di aspettare che tornasse, ma si spensero anche le altre.
In quel momento mi vennero in mente parole che avevo letto nei
vecchi libri di scuola: "Stare ad occhi serrati non è
proprio come averli aperti e vedere buio".
Infatti gli occhi mi creavano strane allucinazioni multiformi e
semoventi.
Sentivo la presenza di qualcuno molto vicina e dei rumori
provenire dai piani inferiori e superiori. Sentivo la calma
trasformarsi in ansia.
Provai a muovermi nel buio.
Mentre toccavo le pareti scendevo lentamente gli scalini.
Intanto alle mie orecchie giungevano le note di una canzone
sconosciuta, fischiata con intonazione da qualcuno nei piani
superiori.
Mi stava venendo un attacco di claustrofobia, e avevo paura di
ciò che potevo immaginarmi.
Scese tre rampe di scale nella più completa cecità, la luce
tornò come era andata.
In un istante fui subito fuori".
Per le strade l'illuminazione è poca o ben frazionata.
I riflessi delle ombre in terra si muovono in continuazione come
per tentare di toccarti.
Mentre passeggi il fischio del vento tra le foglie secche dei
rami, insieme al lamento dei legni che scricchiolano e si rompono
e i tonfi delle pigne in terra, ti accompagnano quasi precedendo
o seguendo il tuo cammino.
Delle volte il rombo del vento lo senti lontano e, mentre si
avvicina potente, speri che ti porti via.
"Andai subito in strada, volevo incontrare qualcuno.
Mentre mi dirigevo verso lo spaccio truppa, qualcuno mi veniva
incontro.
Forse non uno solo, ma molti.
Gente con le mani in tasca, che usciva dal nero della notte, ma
che scompariva sotto la luce dei lampioni.
Per un po' pensai che erano i corpi astrali di coloro che erano
riusciti ad andar via, ma che avevano perso qualcosa, e venivano
ad avvertirmi di essere forte.
Ma erano solo i miei occhi che si erano abituati al buio e
scherzavano con le ombre.
Però, la sensazione di essere seguito o almeno osservato alle
spalle, non mi era passata.
Pensai che fosse normale, e che da allora mi avrebbe accompagnato
ogni giorno ... e così fu".
Le camerate sono grosse e i termosifoni non riescono a scaldarle
completamente.
Così tutte le mattine mi sveglio con tosse e mal di gola.
Il pavimento è talmente sporco che le mattonelle sono coperte da
uno strato bianco che non va via.
Lo stucco cade dalle parenti come neve.
Mozziconi di sigarette e cenere sono ovunque.
Mentre le pozzanghere di CocaCola e alcolici appiccicaticce, sono
solo nei punti strategici.
"Definirlo un letamaio sarebbe fargli un complimento".
Anche le serrande sono rotte, sono piegate all'infuori, come se
la palazzina fosse esplosa.
I bagni sono poco più sporchi delle camerate.
In alcuni punti in terra è una latrina a tutti gli effetti.
Le tazze a muro lasciano passare i liquidi sulla parete sino al
pavimento.
Funzionano solo pochi bagni turchi, che non vengono mai puliti
del tutto.
In alcuni, una specie di melma fangosa si è completamente
impadronita della ceramica.
L'acqua non è potabile, per bere bisogna rubarla dai servizi che
ne dispongono.
Le docce sono al buio.
Solo una è illuminata, ma non ha l'acqua calda.
Quando non si stacca il tubo della doccia dal muro, l'acqua esce
poca e maleodorante.
Gli specchi, come il lavandino e il resto, sono incrostati della
sporcizia più varia.
Alle volte, quando più ti serve, al luce va via in tutta la base
e torna quando vuole.
Le finestre, le porte, e soprattutto quelle dei bagni, si muovono
in continuazione per il fortissimo vento.
"Delle volte non riesci ad aprire, altre è come se qualcuno
ti voglia far accomodare o ti spinga fuori. Quando sono solo in
bagno, la porta delle turche scricchiola come se ci fosse rimasto
qualcuno dentro e quella della doccia si apre quanto basta per
far affacciare una testa, ma quando mi volto si chiude
sempre".
Quando si dorme speri sempre di non svegliarti, almeno non nella
camerata.
"La mattina del terzo giorno, quando fuori era ancora notte,
sentii di nuovo fischiare quel ritornello.
Mi alzai senza far rumore e inseguii i suoni.
Portavano in bagno, ma una volta dentro non trovai nessuno.
Attesi un po' e poi uscii.
Mentre mi allontanavo ricominciò a fischiare.
Chiesi se c'era qualcuno ma non ebbi risposta verbale, solo delle
note fischiate provenire dal bagno.
Durante una nota prolungata aprii la porta.
Il fischio si interruppe, come spezzato.
Capii che era il vento che, passando tra le fessure della porta
dei bagni, intonava tetre canzoncine".
Durante gran parte della giornata si dorme, fatta eccezione per
alcuni che sono di servizio.
Molti si svegliano per andare a pranzo.
Dopo le quattro del pomeriggio di ogni giorno e dal venerdì
pomeriggio sino alla mattina di lunedì, tutti i graduati e i
militari dei dintorni vanno a dormire a casa.
La caserma da abbandonata diventa quasi fantasma.
Non si usa fare colazione, ma prendersi qualcosa allo spaccio.
"L'altra mattina, mentre prendevo il cappuccino, sul bancone
del bar c'era un piccolo di scarafaggio che passeggiava
indisturbato tra le gocce di caffè e latte, e le briciole della
brioche. Ho provato a dimostrare il mio dissenso all'ospite, ma
mi hanno consigliato di risparmiare le forze per quando sarà
stagione dei pezzi grossi".
Venendo da un posto sotto zero, si può dire che dove sono ora è
caldo, anche se il vento ti sposta quando cammini.
"Ieri, soffiandomi il naso mi sono accorto che non esce più
sangue".
Quando si è svegli si leggono le pareti, i nomi, i numeri di
corso e i luoghi di nascita di quelli che sono già stati in
questo posto.
La chiesa c'è ma è chiusa, e gi altri dicono che il prete non
verrà mai a celebrare la messa.
Gli avieri indossano come meglio credono le uniformi, che si
strappano l'un l'altro.
"La mattina del primo giorno hanno tentato di portarmi via
le tasche della mimetica".
Il tempo trascorre veramente lento per chi dorme poco, come me, o
ha ben poco da fare.
Sicuramente stare in questo posto per parecchio tempo fonde il
cervello e rende alterato il normale comportamento delle persone.
"Da quando sono arrivato, ogni volta che dormo, non faccio
altro che svegliarmi per gli incubi più brutti".
Discutendo con gi altri apprendi che stanno bene, ma loro dormono
a casa quasi tutti i giorni.
I telefoni interni sono saltuariamente funzionanti.
"Ogni volta che sento le voci dei miei cari mi viene
inevitabilmente voglia di piangere sino a sentirmi male".
Si parla poco con gli altri, forse si evita, forse non si ha
niente da dire.
"Mi sento solo, abbandonato, triste, demoralizzato,
depresso, perso ...".
L'infermeria funziona la mattina presto, escluso feste.
Ciò significa che non puoi permetterti di sentirti male.
Ogni volta che ti guardi allo specchio non ti riconosci,
dall'altra parte c'è un alto che, giorno per giorno, si arrende
a tutto, e cambia irrimediabilmente la sua preziosa personalità.
Si vive pensando solo al giorno in cui si potrà tornare per
sempre ai propri affetti.
E quel giorno è lontano.
Nessuno resiste per così tanto tempo, prima o poi si viene
inghiottiti da qualcosa che è nell'atmosfera, nelle piante,
nelle cose che circondano, una presenza che ti trasforma la
psiche, sino a renderti trasparente a te stesso.
"Mi sembra di essere qui da sempre e di rimanerci per
sempre".
Tutti dicono che un anno è poco in confronto all'esistenza, ma
nessuno conosce la durata della propria vita.
Penso che in questo posto si vengano a scontare penitenze di
chissà quali peccati.
"Che il Signore abbia pietà di me.
Sono arrivato da soli cinque miseri giorni ...".
Come ebbi finito di leggere la prima lettera mi accorsi, con un
rantolo dello stomaco, che era quasi ora di pranzo.
Non c'erano dubbi sull'autenticità della lettera.
Quello era uno stile che avevo già avuto modo di leggere in
alcune pagine del diario di Frank.
Appena rimesso il foglio nella sua busta, mi resi conto di non
aver camminato granché, ma di essermi seduto appena dentro il
bosco, su di un tronco.
Da quanto letto ne trassi una conclusione affrettata: Frank aveva
perso il suo intelletto e le sua memoria, ed era restato
intrappolato nella sua fantasia.
Ma c'erano ancora dei tasselli che non volevano trovare posto.
Allora mi concentrai per un po' sul cammino e giunsi alla fine
del sentiero, dove mi si presentò davanti una strada di cui non
vedevo il fondo, proprio come mi ero immaginato.
Aprii la seconda lettera e m'incamminai.
Al Hero, 25 Gennaio
Perdono,
per aver scritto solo adesso, ma più passa il tempo
e più faccio fatica a riconoscermi.
Mi sento sempre più strano, e con la parola "strano"
non rendo neanche bene l'idea.
Ho passato un altro brutto Natale e Capodanno, ma col tempo posso
anche migliorare
Sento che è tempo di cambiamenti.
Non vedo più questo posto solo come un lunapark degli orrori, ma
come un penitenziario per malati di mente.
In alcuni momenti riesco a sentirmi isolato anche quando sono in
mezzo al chiasso degli altri.
Comunque il tempo pare che passi, anche se non me ne accorgo.
"Sembra ieri che un paio di noi sono stati congedati, invece
è passato un mese".
Gli altri dicono che per loro vola, invece io mi sento tartassato
ogni secondo della giornata.
Anche la barba, rispetto al tempo mi cresce quattro volte più di
prima.
Mi dicono che l'ho presa male, che anche quando sono ad occhi
chiusi e dormo ho la faccia triste.
Non so mai cosa rispondergli, è più forte di me.
Guardandomi allo specchio nudo ho confermato la mia impressione
di deperimento.
Mi ero accorto di star dimagrendo mentre facevo la doccia e
sentivo che mancava qualcosa.
Anche a questo non posso farci nulla.
Non è che non mangi, e solo che i pasti non hanno sostanza, sono
scarni, miseri.
Le labbra mi si seccano in continuazione.
"Una mattina ho provato a farmi dare qualcosa
dall'infermeria. Il dottore non c'era, il suo assistente mi ha
chiesto di aprire la bocca e si è accostato. Immediatamente il
labbro inferiore si è completamente tagliato in due e un fiotto
di sangue è partito diritto come un proiettile. Mi dispiace solo
di averlo mancato. L'assistente spaventato mi ha dato un po' di
cotone e ha detto di passare un'altra volta".
Un'altra cosa che non va per il suo verso, è che vado troppo
spesso di corpo.
Quello che mangio resta lo stretto necessario nel mio organismo e
poi esce per forza.
Anche le gengive si sono infiammate e mi dolgono quando mangio.
Il dottore mi ha dato una soluzione di iodio, che invece di
alleviare il dolore, ha ulteriormente bruciato la carne malata.
Da quando i termosifoni sono stati spenti per alcuni giorni, ho
dolori a tutte le ossa e le giunture.
"Perdo continuamente molti peli da ogni parte del
corpo".
Ho come l'impressione che mi stia trasformando, ma non capisco in
cosa.
Escluso le pulizie di camerate, bagni e viali, e qualche
lavoretto di fatica al magazzino, si può dire che non faccio
nulla, o meglio, non c'è niente che si possa fare.
E si sa il lavoro nobilita l'uomo, e serve anche a non farlo
diventare matto.
Qui invece sembra che alla fine lo diventi anche il più
resistente.
I superiori ti trattano come l'ultimo essere della terra e sono
pronti a schiacciarti per qualsiasi motivo.
Anche quelli di noi, più anziani, specialmente dopo aver bevuto,
si sentono sollevati di molti gradini e iniziano a dar fastidio.
Non mi resta altro che aggrapparmi alla speranza, non penso mi
riesca di rassegnarmi molto facilmente.
Forse perché non faccio altro che pensarci.
Pensare ad altro mi fa venire strane idee.
Semplicemente chiudendo gli occhi materializzo i rumori
dell'edificio.
Sono quasi arrivato a convincermi che ci sia una presenza che
durante la notte percorre il piano superiore sondando con un
bastone il pavimento in cerca di un passaggio.
Inoltre, quando è buio, vedo muoversi tra l'oscurità della
camera gli accappatoi degli altri.
Alle volte trema il letto.
Di tanto in tanto si sentono grida laceranti e colpi sui muri e
sugli armadi, che confermano la mia sensazione di stare in un
manicomio.
La stanza è sempre in ombra, visto che le serrande rotte sono
rette da un mattone e un bastone da scopa.
E la rete che protegge dagli insetti è aperta in più punti da
tagli di coltello.
Molte volte prima di dormire devo scansare da sopra il cuscino
qualche scarafaggio volante.
Anche in bagno i bozzoli sono un po' dovunque: sotto gli specchi,
le lampade, i rubinetti e in tutti gli angoli.
"Giorni fa, mentre mi lavavo ho sentito un colpetto in testa
e poi un rumore sordo sul lavandino. Con l'acqua nelle pupille ho
distinto un sei zampe verde e l'ho mandato nello scarico".
Anche i ragni sono molti, e come camaleonti prendono il colore
del posto in cui aspettano che qualcuno li tocchi e si spaventi.
"Ho visto anche delle zanzare grosse come il pugno di una
mano e delle falene che sarebbero state bene nei racconti di
Verne, per il loro aspetto aggressivamente infernale".
Ho anche pensato un'assurdità.
Vista la strana varietà di specie di insetti presenti nello
stesso luogo contemporaneamente, sono arrivato a credere che non
andrò mai via di qui se non trasformato in un insetto ispirato
dalla mia fantasia.
Questa impressione mi è venuta in mente dopo che un mio amico si
è congedato.
Lui aveva i capelli rosso rame ed era alto e magro.
Pochi giorni dopo la sua partenza mi sono accorto che in un
angolo dello specchio in cui di solito si guardava c'era un
grosso insetto, con il corpo lungo e affusolato.
Ma la cosa che mi ha scombussolato è che era un insetto rosso
rame, completamente diverso da ogni altro.
Anche l'altro che era partito con il Rosso, e che accarezzava
sempre le falena, mi sembra di averlo riconosciuto per le scale.
E' una grossa farfalla notturna, adagiata ad ali spiegate sul
vetro del neon su cui aveva scritto il suo nome.
Insomma penso che farò quella fine anch'io. E c'è anche chi se
lo augura.
Un disgraziato mi ha raggelato dicendo: "... vorrei essere
uno scarafaggio per stare sempre in cucina".
Sono convinto che presto lo riconoscerò tra gli altri.
Sento che sto cambiando, qualcosa si muove nel mio interno, sia
fisicamente che psicologicamente.
Intanto vedo allontanarsi la possibilità di tornare indietro.
Forse mi sto solo autosuggestionando.
Solo che l'altra mattina, appoggiando una mano sullo specchio, mi
è sembrato di essere una mosca, e mi guardavo con centinaia di
occhi.
Poi con un battito di ciglia è sparito tutto.
Sempre più spesso sento lontani tutti e tutto quello che mi
circonda.
Ho paura di perdermi, di fare qualcosa di irreparabile, di
rimanere su di una parete ad ali spiegate.
Sono passati solo due mesi, invece a me sembra di essere sempre
stato in questo maledetto posto.
Devo trovare il modo di non lasciarmi prendere dal terrore, dallo
sconforto e dalla follia.
Spero di trovare in fretta una soluzione, prima che perda la
fiducia in me stesso e resti coinvolto o intrappolato in questa
base fantasma.
"Che il Signore abbia pietà della mia anima".
Come ebbi finito di leggere la seconda lettera, in fondo alla via
comparve una struttura.
Un muro la recintava.
Pensai di essere giunto alla base militare, invece più mi
accostavo e meno vi assomigliava.
Frugai negli incartamenti per avere un indizio sul nome della
base, ma una mosca si mise a girarmi intorno distraendomi.
Si poggiò sui fogli, proprio sul nome della base, come per
indicarmelo: Distaccamento aeroportuale di Umara.
Fu per poco, giusto il tempo di farmelo leggere, poi ricominciò
a tormentarti.
Solo un attimo prima che la bruciassi sul mio collo con uno
schiaffo, ebbi la stravagante impressione che mi stesse facendo
le feste.
Ripensai alla lettera di Frank e mi si gelò il sangue nelle
vene.
Poi giunto ad un gabbiotto, vicino alla sbarra, chiesi
informazioni
La guardia privata disse che la base era stata chiusa anni
orsono, dopo quell'estate caldissima che portò l'invasione di
molte specie rare di insetti.
Al suo posto era sorto un centro sperimentale per l'allevamento e
lo studio approfondito di insetti.
Non capivo, o meglio non avevo intenzione di capire
l'incomprensibile, l'assurdo.
Allora chiesi alla sentinella di dare uno sguardo alla foto di
Frank.
Ma la risposta la conoscevo già: "Mai visto!".
In quel momento passò un vecchio, probabilmente un ricercatore e
chiese se avevo problemi.
Gli domandai cortesemente se aveva mai conosciuto o sentito il
nome di Frank Caphra.
Lui mi prese due dita della mano e dopo aver guardato la foto
attentamente disse che l'unico Caphra che conosceva era una
specie rara di mosca, proprio come quella che avevo spalmata tra
le dita.
Non mi riuscì di parlare per ringraziarlo dell'informazione, mi
allontanai con passo frettoloso per la via da cui ero venuto.
Nel boschetto mi misi a correre senza ragione, poi uscito sulla
strada mi fermai a riprendere fiato.
Nella mente mi martellavano delle domande senza senso.
Frank si era trasformato veramente in un insetto?
Una mosca?
Cosa avrei detto alla famiglia?
L'ho trovato ma per sbaglio l'ho schiacciato sul mio collo!
E la sua ragazza chi era e da dove veniva?
Non ricordavo, o meglio ero troppo confuso.
Si stava facendo notte ed ero solo e stanco.
Poi una folata di vento mi fece accorgere di alcuni fogli che
rotolavano sul ciglio della strada.
Pensai che fossero cartacce, invece facevano parte del dossier.
Erano una foto e una cartolina cadutami dall'autobus.
Nella foto c'era Frank abbracciato con Mariah.
Notai immediatamente quel medaglione e mi sentii attratto dalla
ragazza in modo più che normale.
Allora mi venne spontaneo chiedermi se Mariah e la mia assistente
fossero state la stessa persona e se io fossi stato il Frank che
tanto cercavo.
Ma poi, infilatomi una mano nella tasca dell'impermeabile, tirai
fuori il medaglione.
Ero convinto di averlo regalato a qualcuno, poi a pensarci bene
mi tornò in mente che non avevo mai conosciuto la mia assistente
e che i dossier mi venivano spediti ad una casella postale a
Baddertown.
Ero più confuso di prima, volevo solo farmi una doccia e
riflettere un po', almeno se ne fossi stato ancora in grado.
Per fortuna un'auto mi si accostò.
Un uomo mi chiese se avevo bisogno di un passaggio e mi fece
salire.
Mi era restata tra le mani la cartolina che avevo raccolto.
La voltai, era di Frank, annunciava che, salvo complicazioni,
sarebbe stato trasferito al più presto.
Ma non riuscii a stabilire il periodo preciso, perché
l'inchiostro del timbro postale col tempo si era quasi del tutto
dissolto.
Mandava un bacio a Mariah ... forse l'ultimo.
Dopo aver passato il cartello stradale che indicava l'aeroporto
di E.T.E., restai quasi assente per diversi minuti, mentre l'uomo
continuava a parlare del più e del meno, coperto da rumore della
marmitta rotta.
Poi una sua parola mi restò incastrata nella mente "...
Mariah ...".
Anche l'uomo aveva pronunciato quel nome.
Solo allora mi resi conto di non averlo ancora guadato in faccia.
Mentre gli chiesi dove aveva sentito quel nome, lui si volse a
guardare le macchine ad un bivio.
Poi, sempre assorto nella guida, rispose che aveva letto il nome
scritto grosso sulla cartolina. Rientrai così nei miei pensieri.
Ma l'uomo seguitò il suo discorso.
"Comunque anche mia moglie si chiama Mariah... Mariahnne per
la precisione, ma è solo uno strano caso della vita".
Poi, dopo una breve pausa di riflessione, dicemmo
contemporaneamente: "La vita è una cosa meravigliosa".
Quelle parole erano state pronunciate involontariamente, quasi
per riflesso.
Mi ricordai che era una frase che diceva sempre Frank e che
ripeteva con me nei momenti di sconforto per farci coraggio.
Da quel momento lo fissai cercando di incrociare il suo sguardo,
sino a quando si voltò chiedendomi se ci conoscessimo già.
La mia mente riportò a galla ricordi praticamente inabissati e
riconobbi nell'uomo almeno metà del Frank che conoscevo.
Il resto non lo ricordavo più.
Ventiquattro ore dopo ero nuovamente sul quadrimotori, e mi
veniva da vomitare sia per il mal d'aereo che per quel lavoretto
fatto poche ore prima.
Ma almeno ero soddisfatto per aver ritrovato l'ex ragazzo della
mia assistente Mariah e per averlo liberato da un blocco di
memoria.
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